Lynch e Kubrick: quando la filosofia si fa cinema

Cavolo, quante volte abbiamo sognato dei professori di filosofia al liceo che spiegassero più concretamente concetti significativi del pensiero umano! Mai pensato invece a insegnanti “alternativi” come David Lynch e Stanley Kubrick? Costoro non sono legati solo per essere due dei più importanti registi che il cinema internazionale abbia mai visto, ma anche per aver affrontato con maestria temi molto complessi: infatti entrambi diressero due film destinati a diventare delle pietre miliari nella storia del cinema: Strade perdute (Lynch, 1997) e Eyes Wide Shut (Kubrick, 1999). Come fulcro delle due pellicole vi è un tema delicato, spesso sottovalutato, come quello dello spaesamento interiore dell’uomo, preda degli istinti più oscuri della sua natura, in particolare se posto ad affrontare una crisi matrimoniale.

In Strade perdute il protagonista Fred Madison (Bill Pullman), musicista jazz, sospetta la moglie Renee (Patricia Arquette) di tradimento, il che lo porta ad un esaurimento nervoso. Il film inizia con un misterioso personaggio che al citofono dell’abitazione di Bill pronuncia le famose parole «Dick Laurent è morto»: da quel punto, a metà tra l’onirico e il reale, tra videocassette misteriose, accuse di omicidio e la comparsa di un uomo misterioso e violento, Lynch presenta due incredibili filoni narrativi, uno in cui si segue la vita del giovane meccanico Pete (tutto l’opposto di Bill) che rappresenta una sorta di locus amoenus dove il protagonista si può rifugiare per sfuggire al suo destino, mentre dall’altra vi è un miscuglio di flashback e realtà del vero Bill che si trova a fronteggiare eventi precipitosi.

In Eyes Wide Shut, il dottore Bill Harford (Tom Cruise) e sua moglie Alice (Nicole Kidman), dopo una festa da amici, arrivano a sospettarsi di tradimento a vicenda: scioccato da alcune rivelazioni della moglie, William inizia una peregrinazione per la città che lo porta a scoprire nuovi mondi e persone. Sviluppando, tramite il protagonista, due elucubrazioni mentali differenti di marito e moglie, Kubrick riesce dove pochi altri hanno avuto successo: da un’iniziale gelosia di coppia, ci viene mostrato un semplice uomo che sperimenta, quasi passivamente, una gamma di esperienze offerte dalla vita che solo in apparenza sono di natura sessuale; la nuda realtà lo presenterà, alla fine, per quello che vi è oltre l’apparenza, ovvero una persona fragile, piena di debolezze e insicura.

Perché dunque guardare questi due film, così simili e così diversi tra loro? La risposta va al di là della presenza di bellocci carismatici come il caro Tom Cruise o la splendida Patricia Arquette (il che, di per sé, è una strategia vincente). I due filoni narrativi esplicitano “semplicemente” come basta poco a perdere coscienza di sé, come siamo portati a dare troppo peso a ciò che ci fa dubitare di noi stessi. Cosa è reale, cosa è finzione? In che misura i nostri pensieri si possono confondere, compenetrare a vicenda, distanziarsi? Che bivio prendere, se smarriti? Quello di chi imbocca una strada perduta o di chi ha uno sguardo con gli occhi largamente spalancati sulla nostra realtà?

Nel film di Kubrick, il personaggio Alice alla fine propone un’unica soluzione a tutto ciò che lei e il marito avevano fatto, molto semplice, quasi ironica, considerato il loro trascorso: «Scop…» … ma, aspetta… stanno suonando al citofono!
Scusate, devo rispondere, a presto!

a cura di Luca Mannea

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