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Feelm: Oggi mi sento capitalista

THE WOLF OF WALL STREET

The wolf of wall street è un film assurdamente bello.
È solo al terzo tentativo che riesco a vederlo per intero e più vado avanti, più mi mangio le mani per non aver finito di vederlo prima.
Un film dannatamente bello perché, non prendiamoci in giro, qua tutti vogliamo diventare ricchi da fare schifo, così ricchi da avere un elicottero su uno yacht che per di più ha pure il tuo nome sopra. Finalmente qualcuno l’ha detto -che vogliamo navigare nei soldi- e l’ha detto anche bene. Un incredibile, esaltato, divertito, drogato e a mio parere da Oscar Leonardo Di Caprio ci urla addosso il mondo di Wall street. O meglio il nuovo mondo di Wall street che lui crea su fax simile del glorioso colosso finanziario.

Un mondo che dà assuefazione, assieme ad altri due tipi di droghe necessarie per non perdere la testa vivendo a questa velocità, come il sesso sfrenato e ogni singolo tipo di sostanza esistente.

Le sanguisughe finanziarie venerano religiosamente la triade squillo, penny stock e cocaina, consacrando la loro esistenza nel nome della ricchezza.
Pazzia, pura pazzia primordiale, da essere così insita nell’animo di questi brokers che quando poi si palesa nelle spese impensabili per intrattenersi sembra essere così dannatamente naturale. DANNAZIONE è la parola esatta per descrivere il casino protagonista del “lupo di wall street”; perché sono dannati i personaggi, sono dannate le loro vite, è dannato il loro lavoro che poi diventa la loro ossessione e la loro condanna. Una dannazione però che molti di noi vorrebbero ricevere. Una faccia della terra delle opportunità, o molto più probabilmente l’unica faccia dell’America, dove il più forte se la crea l’opportunità e il lupo mangia la pecora e gli altri si adeguano. È quella faccia che ci fa venire appetito, ci affama già solo dallo schermo della tv, ci fa bramare quel brivido, quello sfogo, quella dipendenza, quell’adrenalina e quel rischio che compongono questo pazzo pazzo mondo frenetico. E che pensandoci, se fossi stata in grado di fare economia all’università magari l’avrei fatta anche io quella vita là, almeno avrei smesso di prendere la metro sudaticcia all’ora di punta con l’FBI.

THE FOUNDER

Se anche voi come me avete imprecato durante tutto il film contro Roy Kroc (Michael Keaton), allora significa che vi è piaciuto almeno quanto è piaciuto a me. La rabbia è comprensibile dal momento che questo film osanna un uomo senza scrupoli che ruba l’idea e il sogno dei fratelli Mc Donald.

Ebbene amici salutisti, Mc Donald non nasce come macchina per far soldi e farvi venire il diabete, bensì prende vita dalle menti brillanti e purtroppo troppo ingenue di due fratelli: Dick e Mac. Il film racconta quindi di come un modesto locale della California sia sfuggito al controllo dei legittimi proprietari divenendo uno strumento per appagare la fama di successo dell’ex-venditore di frullatori Roy Kroc. L’uomo incarna perfettamente il tipo di broker, così simpatico in “the Wolf of wall street”, così odioso nella vita reale.

La pellicola si può dire essere molto ben riuscita se persino mio padre si è arrabbiato e ha iniziato a googlare questa storia alla ricerca di informazioni su una rivincita dei due fratelli, che (spoiler) non arriverà mai. Anzi. Fregati dall’ <<American dream>>, Dick e Mac vengono privati del loro sogno, del loro lavoro e addirittura del loro nome.

CAPITALISM: A LOVE STORY

Bello il capitalismo eh? Fino a ora volevate anche voi fare la vita di Leonardo di Caprio vero? Solo che adesso è arrivato il momento di guardare l’altra faccia della medaglia. Ora guardiamo cosa fanno gli altri quando la loro vita è gestita dai ricchi.

E per farlo cosa ci può essere di più didattico di un bel documentario? Non un documentario noioso però, ma la storia tragicomica degli USA, raccontata da Michael Moore: Capitalism a love story.

L’impronta del regista come al solito riesce ad alleggerire il mattone morale che ci lancia in faccia.

La storia di Moore è una storia scomoda, perché come sempre rivolge le sue migliori accuse verso tutti. Questo semplicemente perché il più grande problema delle è che nel momento in cui si guarda un film si riesce a sentire la situazione come vera ed effettiva, (viene voglia di scendere in piazza quando Michael Moore va nelle banche cercando di arrestare i dirigenti) peccato che finiti i 120 minuti di proiezione torni tutto come prima, e allora la questione riaffonda e non ci si pensa più. Meno male che una volta ogni tanto c’è chi ce lo ricorda con simpatia e leggerezza. Dunque cari amici per informarvi sull’effettiva condizione della terra delle opportunità vi consiglio caldamente i suoi documentari che senza dubbio vi strapperanno anche qualche sorriso di solidarietà.

A cura di Emma Giametta

Associazione Vox

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