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Hai appena applaudito un criminale, eppure non te ne sei accorto

È naturale che il termine teatro apra a un’immaginario abbastanza convenzionale e consolidato dalla tradizione. Teatro come sala con palcoscenico, sipario che pone attori e spettatori uno al di qua e l’altro al di là della parete. Eppure, dagli anni ’60 il teatro è stato questo, ma anche tanto altro.

Sto pensando esattamente ciò mentre varco la soglia della piccolissima sala del Teatro Franco Parenti dove è andato in scena dal 15 al 19 Febbraio 2017 Hai appena applaudito un criminale.

L’impressione è quella di trovarsi con un gruppo di conoscenti all’interno di uno spazio comune dove, seduti su delle panche, si sta per assistere ad una confessione intima.

Di quelle che annullano ogni distanza fisica e psicologica, perché Daniela Marazita è a pochi passi da noi e il suo palcoscenico è una piccola pedana, appena percettibile.

Senza scenografia, senza costumi, ma il solo corpo e la sola relazione con il pubblico, seguendo la lezione grotowskiana del teatro povero, ad eccezione della luce che gioca un ruolo fondamentale come intermezzo e come acceleratore di pathos.

La materia della pièce, di cui Daniela Marazita è l’unico attore, l’unico corpo agente, infatti, non è delle più semplici, né da rappresentare né da ascoltare.

Sono le voci dei criminali, dei detenuti del carcere di Rebibbia quelle che dal diaframma di Daniela riempiono di accenti diversi la saletta del teatro, dopo averle introiettate nei lunghi giorni di laboratorio nella cappella umida, ma dignitosa della prigione.

Seppure sembri così spotaneo rappresentarli e dare loro un posto in mezzo a noi, immedesimarsi nei reclusi del reparto dei cosiddetti infami è un’impresa di quelle difficili perché, tacite, le loro colpe, sembrano gravare sopra la loro testa come le taglie negli western di Tarantino e il vuoto che misura le distanze tra lei – l’attrice insegnante – e loro – i rei – è ciò che sembra urlare silenziosamente: “Io e te non siamo uguali“.

E l’incognita di chi realmente siano, di quale binario, bivio, traiettoria obliqua, scia perversa, parabola cieca abbiano seguito, rimane altrettanto un mistero.

Per lei, ma anche per noi, gli spettatori di un teatro nel teatro, presenti ad uno spettacolo dal vivo che narra di uno spettacolo dal vivo e dispiega i meccanismi del processo, del fare teatro, mentre questo si consuma allo stesso tempo.

Ed è angosciante conoscere i connotati fisici dei detenuti, i loro pensieri, perfino le loro poesie d’amore perché ci riconducono lì dove la paura di se stessi aziona la sirena d’allarme: l’innocenza è una scelta?

L’innocenza, valore sacrosanto, è la differenza tra noi e loro, eppure, a sentirli, sembra così facile comprenderli ed applaudirli.

E noi non siamo i primi perché il rovesciamento, ad opera del teatro, è già avvenuto.

I colpevoli sono applauditi nella strana forma che prende l’assoluzione, ma non è quella della pena o della cattiveria, è un’assoluzione che ha radici nella capacità di trasformazione dell’essere umano attraverso la funzione quanto mai più vera del teatro.

E l’applauso continua tra paura e speranza.

di e con Daniela Marazita
regia Alessandro Minati
elementi di scena Teresa Fano

produzione Elledieffe

a cura di Cecilia Angeli 

Associazione Vox

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