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On stage: Nel buio dell’America – Tone Clusters

In scena al Teatro Litta fino al 19 febbraio, Nel buio dell’America – Tone Clusters , il debutto alla regia della giovane Guenda Goria, l’atto unico della scrittrice statunitense Joyce Carol Oates.

La vicenda si svolge in New Jersey, 1990. I coniugi Frank (Ermanno de Biagi) ed Emily Gulick (Michela Martini) sono stati invitati ad una trasmissione che si occupa di cronaca nera. Loro figlio è accusato di aver violentato e trucidato la figlia adolescente dei vicini, nascondendone il corpo nel seminterrato. A tenere le fila del racconto è la conduttrice del talk-show (Maria Teresa Ruta), che metterà i coniugi di fronte alla verità che non possono accettare. Il testo, che vuole mostrare le contraddizioni tanto dell’american way of life, e dei suoi valori WAPS, quanto dello show business che lucra sull’audience derivato dai fatti di sangue, si rivela altrettanto attuale anche per il pubblico italiano, specie se letto in controluce ai recenti fatti di cronaca e al generale voyeurismo ad essi connaturato nel nostro paese.

Si rivelano dunque azzeccate alcune scelte della giovane regista: dalla scenografia, un enorme televisore entro cui si svolge la narrazione (a cura di Francesco Ghisu), al disegno luci e video particolarmente efficace e pertinente. In sintonia con il tono dell’opera anche le interpretazioni di De Biagi e della Martini, che pongono molto l’accento sulla “presunzione di innocenza” del figlio, anche quando le prove vanno in senso del tutto contrario alle loro affermazioni. Meno convincente è l’interpretazione della Ruta, già conduttrice RAI, che non si discosta mai dalla sua figura professionale. Questa infatti, per quanto appaia “pertinente” all’ambiente descritto, non crea mai un punto di confronto o conflitto con i suoi interlocutori, ma si limita ad enunciare fatti e a seguire la scaletta, risultando piuttosto “plasticosa”.

In questo modo vengono meno tutti quegli elementi che dovrebbero denunciare l’ipocrisia del sistema mediatico stesso che approfitta, senza vera partecipazione emotiva, di tragedie di questo tipo per trarne profitto. Depotenziato risulta anche l’effetto tragicomico che la situazione dei coniugi Gulick sembra suggerire: i due infatti, per quanto gretti e provinciali possano essere, provano un dolore autentico, credono davvero che loro figlio sia innocente e sono lì per dimostrarlo, eppure non si accorgono di essere finiti in una “trappola mediatica”, volta a smascherare l’orrore della loro tranquilla vita piccoloborghese.

Critiche a parte, lo spettacolo presenta notevoli potenzialità espressive e tematiche, che chiedono però un serio approfondimento per riuscire efficaci, e considerata l’età della regista, ha ancora tutto il tempo per stupirci.

A cura di Nicolò Valandro

Associazione Vox

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