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Le forme dell’amore: dalla pittura alla filosofia

Gli antichi Greci hanno individuato quattro forme primarie di amore: quello parentale-familiare, l’amicizia, il desiderio erotico ma anche romantico, infine l’amore più prettamente spirituale, il quale può giungere fino all’auto-annientamento. La verità è che ognuno ha una propria definizione di questo “amore”, forse si crede di averlo già vissuto in tutte le sue forme, oppure si ha la certezza di non conoscerlo affatto, o magari si è indecisi. Certo è che quelli che pensano di averlo incontrato lungo la strada hanno sempre provato a tradurlo in qualcosa di concreto, che siano quadri o libri o parole o schizzi o canzoni o film o fotografie o perfino dolci.

Per esempio, tavolozza alla mano, in una stanza colorata…

Paul Chagall e Bella Rosenfeld

 “Ascolto la melodia della tua voce dolce e grave. Perfino nei tuoi occhi intendo quel canto e tutti e due insieme, lentamente, ci solleviamo sulla camera adorna e ci involiamo. Arriviamo alla finestra e vogliamo attraversarla. Fuori ci chiamano le nuvole e il cielo blu. I muri con tutti i miei scialli variopinti girano intorno a noi e ci fanno girare la testa. Ora voliamo abbracciati nel cielo e i campi di fiori, le case, i tetti, i cortili e le chiese sembrano galleggiare sotto di noi…”. Queste le parole di Bella Chagall rivolte a “Il compleanno”, oggi al Moma di New York. Colori rossi che richiamano Matisse, scomposizione delle forme alla maniera cubista, filigrane dei numerosi partecipi scialli, un mazzo di fiori dalle varie tinte, un drappo blu di Prussia sognante sulla scrivania su cui è poggiato, una finestra che si proietta su un mondo di neve e fiaba, sono gli invitati alla festa del pittore bielorusso. E’ il 7 luglio 1915, e il quadro non festeggia solo l’anniversario della nascita di lui ma anche l’unione tra i due, che si conobbero anni prima a Vitebsk, città natale di entrambi, tra gli stretti vicoli gialli dagli spiragli spioni come occhi neri e il celebre ponte sul fiume. Una “giovane dalla pelle d’avorio e dai grandi occhi neri che mi ha affascinato da subitoè Bella nell’autobiografia di Chagall, mentre lei parlerà di un colpo di fulmine per quello strano ragazzo giovane e scapestrato in cerca di fortuna, dai riccioli spettinati e lo “sguardo di una volpe negli occhi azzurro-cielo“. I due riusciranno a restare abbracciati per tutta la vita, nonostante le continue migrazioni a causa delle persecuzioni naziste, fino alla morte di Bella nel 1944 negli Stati Uniti.

E con altre parole, invece, Jean-Paul Sartre, parlando di chissà chi, ne “La nausea”…

L’ultimo minuto che trascorroa Berlino, a Londra, deve aver fine, lo so. Tra poco partirò per un altro paese. Non ritroverò mai più né questa donna né questa notte. Mi chino su ogni secondo, cerco di esaudirlo; nulla avviene ch’io non afferri, ch’io non fissi per sempre in me, nulla, né la fuggevole tenerezza di quei begli occhi, né i rumori della via, né la falsa chiarità dell’alba: e tuttavia il minuto scorre ed io non lo trattengo, mi piace che passi”.

 Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre

Non è facile trovare una foto insieme che li ritragga giovani, alle prese nella campagna per comprendere la vita e inventare fantasie su come affrontarla, un’immagine che parli del loro incontrarsi, piacersi e scegliersi come compagni di avventura. Che ci proietti indietro negli anni all’interno della galeotta Sorbona, che, nel 1929, fece incontrare Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre, due studiosi di filosofia e in seguito affermati letterati, filosofi, insegnanti, liberi pensatori, e soprattutto due esistenzialisti folli. Folli nella loro genialità, che li portò a non sposarsi mai nè a convivere, senza per questo escludere un legame, un filo. Due compagni di vita, dunque, che senza precludersi nulla, dal sesso libertino, che sfocerà in relazioni omosessuali che porteranno al licenziamento di Simone, all’esclusione di qualsiasi forma di credo che si tradurrà in fermo ateismo, sono rimasti insieme in quel girotondo tutt’altro che asettico della vita. Non silenziosa e banale ma viva, la loro, dalle tinte potenti e i suoni rigurgitanti estro nel qui e ora, in quel Cafè de Flore a Parigi che li vide riunirsi insieme a un gruppo di giovani universitari, a discutere di qualsiasi cosa smuovesse l’ego, un circolo disadorno di regole e limiti, di parola, di azione e di unione. Lei si affermerà come scrittrice, e femminista con “Il secondo sesso”, lui arriverà a vincere il Premio Nobel nel 1964, che però rifiuterà. “Di me sono state create due immagini. Sono una pazza, una mezza pazza, un’eccentrica. […] Ho abitudini dissolute; una comunista raccontava, nel ’45, che a Rouen da giovane mi aveva vista ballare nuda su delle botti; ho praticato con assiduità tutti i vizi, la mia vita è un continuo carnevale”. Un vortice di energia, dunque, che lei continuerà a sostenere essere legittimo e doveroso sperimentare durante l’esistenza perché, come ribadirà davanti alla tomba di Sartre, “La sua morte ci separa. La mia morte non ci riunirà. È così; è già bello che le nostre vite abbiano potuto essere in sintonia così a lungo».

 

 

 

 

 

 

 

A cura di Isabella Garanzini

Associazione Vox

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