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Il Manifesto: Shining

Il Manifesto: Shining

Torna Il Manifesto, la rubrica di Vox che analizza un regista, un film o una serie tv che ha portato uno stile, un parametro che ha rivoluzionato, in qualche modo, il mondo del cinema.
Oggi vi voglio parlare del film ricordato come l’horror per antonomasia: Shining. La pellicola del 1980, trasposizione cinematografica del romanzo di Stephen King del 1977 nonché capolavoro del regista Stanley Kubrick, è considerato l’horror più avvincente che sia mai stato girato. Non so se sia vero, ma da amante del genere quale solo, posso dirvi che dopo aver visto un film dell’orrore il commento ‹bello, ma non è Shining› giunge spontaneo.

Di per sé la trama è abbastanza semplice: uno scrittore in crisi creativa, Jack Torrance (Jack Nicholson), accetta il posto di custode invernale dell’Overlook Hotel, struttura isolata del Colorado, per trovare la pace e la calma di cui ha bisogno per scrivere un nuovo romanzo. Porta con sé la moglie Wendy (Shelley Duvall) e il figlio Danny, che una volta trasferitesi, si rende conto di avere una dote particolare, che il cuoco afro-americano Dick Halloran individua subito: la luccicanza (shining appunto), un potere che può far rivivere degli eventi passati e prevedere quelli futuri.
Un quadro idilliaco ma Jack, influenzato dall’aura negativa dell’Overlook e dall’inquietante tragedia verificatasi anni prima (il guardiano precedente, impazzito per l’isolamento, fece a pezzi moglie e due bambine per poi suicidarsi) viene spinto a immedesimarsi proprio in quel guardiano e cerchierà di uccidere Wendy e Danny.

Non c’è nulla di questo film che non sia praticamente perfetto, che non rappresenti un’eccezionale opera cinematografica. Dal punto di vista prettamente tecnico mi soffermerò solo su alcuni aspetti particolarmente rilevanti.

1. Scelte cromatiche. L’albergo, tutto ricostruito in studio, ha in ogni suo ambiente una particolare caratterizzazione nel colore: il rosso ha una funzione ben precisa perché richiama il sangue, la violenza ma anche lo scivolare del protagonista nella follia omicida. Tale colore è ricorrente negli ambienti dell’intera pellicola: il fiume di sangue che esce dall’ascensore, il celebre e inquietante bagno in foto, gli arredi dei corridoi nei quali si aggira Danny con il suo triciclo e rosse sono anche le luci che avvolgono Jack nel bar e nel suo girovagare nell’hotel.

2. Le musiche. Nessuno dei brani, eccetto due canzoni, è inserito integralmente nel film: l’assistente al montaggio Gordon Stainforth (che si è occupato della musica) ha compiuto un lavoro complesso e articolato al fine di adattare ciascuna composizione alle sequenze del film.

3. Effetti speciali. Praticamente assenti, proprio perché il film stesso è un effetto speciale: Kubrick riesce con eccezionale maestria a creare sequenze agghiaccianti. Il suo è un continuo profanare la mente dello spettatore con scene caratterizzate da un orrore sottilissimo, impalpabile, ma tra i più efficaci della storia del cinema.

4. Il labirinto. Tra i vari significati psicologici presenti nel film è uno dei più evidenti e affascinanti; è un’evidente metafora dell’inconscio, come cammino interiore verso la conoscenza dell’io più profondo.

5. Lo stile. Le vedute aeree a bassa quota e in avanti sarà la tecnica che caratterizzerà il cinema horror per tutto il decennio successivo, inoltre l’inquadratura con la telecamera che va incontro all’oggetto lo fa sembrare in movimento.

6. Tra tutte, due sono le scene diventate cult:
La “scena delle gemelle” e la celeberrima “Wendy sono a casa

A cura di Benedetta Mingarelli

Associazione Vox

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