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Les amis de la société anonymes des artistes: guardare al di là del velo

Il 27 dicembre del 1975 si ricorda la morte di Adriano Spilimbergo. Nasce a Buenos Aires il 31 luglio del 1908 e dopo essersi trasferito a Milano, si forma all’Accademia di Brera, entrando in contatto con alcuni intellettuali del tempo. Tra questi conosce Edoardo Persico, figura misteriosa, amante e critico d’arte, promotore di nuove correnti come quella dell’astrattismo.

Con Spilimbergo si afferma il movimento pittorico del chiarismo, nato a Milano negli anni trenta. Il nome fu coniato per la prima volta dal critico d’arte Leonardo Borgese, riferendosi alle opere di un gruppo di artisti appartenenti alla cerchia di Persico.
In ogni loro opera, protagonista è il colore chiaro che mescolandosi con le tonalità del bianco cerca di ritrarre sulla tela l’effetto cromatico di luce intensa, come in una giornata soleggiata in cui rimani a fissare il sole per un po’ e tutto intorno sembra scomparire all’avanzare del bianco della forte luminosità.
Questa particolare tecnica consiste nel dipingere su una base di bianco ancora umida, per permettere al colore (soprattutto sulle tonalità pastello) di fondersi con la stessa ed accentuare così l’effetto di chiarore.

Spilimbergo si esprime pubblicamente per la prima volta alla galleria Bardi nel 1930 e successivamente alla galleria del Milione, allestita dallo stesso Persico.

Guardare al di là del velo

Molte sue opere ritraggono paesaggi lacustri o lagune, perché meglio si adeguano alla tecnica sopracitata. Ogni suo quadro sembra essere una cartolina dei suoi soggetti, che si mostrano ai nostri occhi, coperti solo da un velo di luce che sembra riportato dal pittore attraverso lo strato sottile ma superficiale del colore steso sulla tela. Come se toccandolo potessimo scoprire le emozioni di chi osserva il Canal Grande di Venezia, oltre quella pellicola invisibile che fa da filtro tra la nostra sensibilità e il mondo circostante.

Tramite le opere di Spilimbergo, è pertanto possibile ritrovarsi in una dimensione estatica, slegata dalla proporzione dello spazio ed incorruttibile all’inevitabile scorrere del tempo.

Ci siamo solo noi, piccoli occhi che si perdono alla luce, che cercano di mettere a fuoco i profili del campanile di San Marco, delle gondole che seguono tranquille la corrente, delle sfumature del Canal che ogni volta sembra sempre più fatto da biglie colorate e dalle trasparenze lucide della superficie. Anche il cielo plumbeo sembra farci resettare ogni pensiero, come se fossimo nati in quel momento e in quel momento avessimo aperto per la prima volta gli occhi. Senza riuscire a vedere nulla, solo una luce fortissima che non ci permette di mettere a fuoco nessun profilo che ci possa servire d’ancoraggio per comprendere dove siamo, fino a farci perdere i sensi e cadere tramortiti sulle acque della laguna; senza sforzarci di opporci alla corrente per tornare a riva e razionali, ma felici di essere riusciti finalmente a lasciar andare tutto ciò che impediva la nostra catarsi, il nostro battesimo.

Solo nel momento in cui ogni nostra resistenza cessa di esistere e ci apriamo al cambiamento, siamo consapevoli di essere riusciti a guardare al di là del velo.

a cura di Elisa Zampini

Associazione Vox

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