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On stage: il trentesimo anno al Franco Parenti di Milano

Se volete ipotizzare, realizzare o ricordare cosa si prova in quell’anno particolare, dove tre e zero si uniscono, avrete un’ora tutta per voi nella sala A come A del Teatro Franco Parenti, e tempo fino al 27 novembre. Lì incontrerete, appena entrati, una donna seduta su uno sgabello con di fronte un leggio, avvolta nell’ombra, vestita di un lungo e candidamente angelico abito bianco, perfettamente in accordo con i capelli biondi legati e per nulla in contrasto con l’azzurro chiaro sullo sfondo. È quindi intenzionalmente molto semplice il palco allestito da Sonia Bergamasco, che liberamente si ispira al racconto di Ingeborg Bachmann cercando di darne una sua versione: «quest’opera è uno strumento che oggi riprendo a usare per un nuovo esperimento dal vivo, graduando la lente e avvicinando lo sguardo, in cerca di frasi vere».

L’anno prende avvio in estate e compie un giro circolare per poi tornare allo stesso mese, che però non è più lo stesso. Il sole viene circondato trecentosessantacinque volte e il mondo come lo si è conosciuto cambia drasticamente, esplodendo. Estate, agosto, il tempo delle spiagge in assalto, le rotolanti schiere di ombre si sono prese una pausa per lasciare spazio al sole battente sul ferro cocente e proiettante raggi azzurri sulla graticola e più chiari, dorati, sulla sabbia. La sensazione che ne deriva è spossatezza, accompagnata gradualmente da un sentore, dapprima impercettibile e poi violentemente chiaro, che avverte della decomposizione della carne dell’uomo che abbrustolisce arrostita, destinata a rimanere scarnificata e morente di sete, come quando si amano tante donne indistintamente e si arriva a chiedersi chi si è veramente. Il protagonista è lì, e pensa questo, avvilito dall’estate e depresso per l’arrivo dell’autunno.

Autunno, volano le nuvole, lo spirito che alberga nel corpo è solo un imbroglione, perché ogni singola cosa che viene pensata non è mai scelta veramente, ma è solo il germoglio di influenze esterne, positive o distruttive che siano. È come un gioco dalle regole prestabilite, dove queste non si possono decidere mai veramente da sé, e pertanto si sceglie di non giocare mai. E siccome le norme non è dato stabilirle, né tornare indietro se queste non sono giuste, allora ci si immerge disperatamente senza freno e obiezioni di coscienza nelle pulsioni, come quella volta che in montagna è capitato di divertirsi con quelle tre ragazze bionde mentre l’amata aspettava in camera con la luce accesa, e invece, sotto, voci di streghe e lui, ebbro della situazione, del mondo e di avere forse vent’anni. Ognuno si ritrova a essere un fascio di riflessi euforici, erranti pensieri solitari inutili, con un piede sulla strada maestra e uno nella foresta, ridotto al silenzio. E intanto, mentre il ventinovenne è avvolto nella struggente distruzione della ricerca di qualcosa che porti la propria firma, cadono le foglie e arriva l’inverno.

Inverno, novembre, dicembre, gennaio, febbraio, il pensiero è dannatamente persistente, cosa porta davvero la propria firma? Il fulmine che d’improvviso spezza l’albero, gli sciami sui terreno, le alluvioni, i terremoti, segnano indelebilmente oggetti, persone e tempo, guadagnandosi il ricordo, ma altrimenti come è possibile lasciare il segno? All’inizio del percorso, ognuno vive alla giornata, convinto che domani sicuramente diventerà chi vorrà, un grand’uomo, un faro per l’umanità; oppure un dio della rivoluzione o un semplice costruttore di ponti o ancora, chissà, un saggio familiare che, seduto su un’altalena, narrerà di musica, libri e manoscritti di paesi lontani, o invece un barbone addormentato su una panchina che cerca un appiglio nel cielo stellato sopra di lui, o magari dentro di sé. Una cosa è certa, i conti non tornano e il giorno in cui dimostrare di essere diventato questo qualcuno è arrivato. E la verità è che tutto quello che si crede di desiderare, un albero e un figlio, urla potentemente Sonia Bergamasco, forse è proprio quello che si spera di non ottenere mai. Non è forse così? Non c’è nulla di chiaro, confusione, figurarsi che l’inverno sta finendo e il freddo diminuendo, ma capire se si vogliono certezze o no dalla vita è un quesito ancora siderale.

Primavera, il bozzolo congelato deve schiudersi anche non volendo, si ode il tintinnio dei bucaneve selvaggi quasi scongelati, occorre prendersi una rivincita sul mondo, e dettare forse le regole, le proprie, per una volta. Un viaggio, ma ben diverso dal passato fatto di partenze a tarda notte, su treni improvvisati e con pochi soldi, senza libri, con solo la meta in testa. Questa volta è stato pianificato tutto, vengono lasciate tre lettere, una all’io debole abbandonato a casa a cui non è consentito salire su quel treno, una ai conoscenti e la terza, beh, si vedrà.

Come detto da Kafka, «la storia degli uomini è un attimo tra due passi di un viandante», e forse è vero che a trent’anni sia impellente il bisogno di ricordare dato dalla necessità di fare un bilancio di tutto, sbirciando indietro e organizzando l’avanti; ma il vero quesito è se questo processo non sia svolto quasi ogni giorno, forse al di là dell’età, da ognuno. Indipendentemente dalla capacità di tenere sotto controllo le situazioni o convincersi che le scelte siano adatte, occorre domandarsi sinceramente se si avrà mai una risposta a cosa sia stato, sia e sarà veramente adatto noi. La stessa Bachmann al proposito cita Marcel Proust, ribadendo proprio questo concetto, la necessità di cercare sentenze su di noi in tutto quello che ci circonda: «Il lettore, quando legge, è il lettore di se stesso. L’opera è solo una sorta di strumento ottico che lo scrittore offre al lettore per consentirgli di scoprire ciò che forse, senza il libro, non avrebbe visto in se stesso».

A cura di Isabella Garanzini

Associazione Vox

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