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Chi era Leonard Cohen in 5 canzoni

Ancora una volta nel corso di questo terribile 2016 ci lasciamo alle spalle, consegnando all’eternità, un grande della musica: ci ha lasciato all’età di 82 anni Leonard Cohen, uno dei più celebri poeti e cantante folk del Ventesimo secolo, e non solo…

‘E non solo’ perché anche all’alba di questo nuovo secolo, il musicista canadese ha dato prova di sé stupendoci con sempre nuove uscite, rivelandosi essere un cantautore autentico e genuino, un cantautore in senso stretto: generazione in via d’estinzione.
Leonard Cohen non è mai stato un talento sbalorditivo e fuori dal comune, anzi, la sua genialità risiedeva proprio nell’essere eccezionalmente ponderato: studiato, saggio e accorto, nel tentare di dare sempre il massimo di sé, sfruttando ogni occasione per imparare qualcosa e mettersi alla prova.

Per questo noi di Vox siamo a conoscenza della vostra impreparazione in materia, l’avete già sentito nominare, avete notato i post dei vostri amici che condividevano la notizia della sua morte, ma non l’avete mai realmente approfondito. Non temete, vi proponiamo un breve viaggio itinerante nella vita di Cohen, raccontandovelo attraverso 5 grandi canzoni in ordine puramente concettuale.

  1. Hallelujah (1984)

         (Eh no, non l’aveva composta Jeff Buckley, dopotutto.)

Leonard Cohen ha iniziato la carriera come poeta, dedicandosi solo in seguito alla musica. Questa canzone rappresenta la concretizzazione di tutte le sue potenzialità.
All’inizio della sua carriera Cohen non riscosse molto successo, poiché i suoi album si trovavano, nel loro periodo, fuori contesto: se il primo album risale al 1967, è da considerare che gli americani si erano appena consacrati allo stile di vita hippie, e dunque le canzoni che raccontavano di temi depressi come il suicidio e la morte, come quelle che componeva lui, non suscitarono alcun riscontro in una cultura improntata sulla felicità e leggerezza.
È stata proprio questa canzone ad aver dato una svolta alla sua carriera, a consacrarlo come leggenda, dapprima sempre sottovalutato.

  1. Nevermind (2014)

Nato nel ’34 a Montréal da una famiglia ebraica, in questa canzone Cohen canta l’oppresso, il combattente resiliente, facendo particolare riferimento al conflitto ebreo-palestinese, senza schierarsi apertamente da nessuna delle due parti. “Ya salom” pronuncia la voce arabescante in sottofondo: “Pace”.

Sounds familiar? È stata scelta come sigla della seconda stagione della serie televisiva ‘True Detective’, perfetta per dare voce ai travagli dei due protagonisti così antitetici quanto simili, rappresentati da Colin Farrell e Vince Vaughn.

  1. Chelsea Hotel #2 (1974)

Famoso crocevia degli artisti americani, il Chelsea Hotel ha ospitato tra le personalità più famose della scena artistico-culturale della seconda metà del Ventesimo secolo, tra cui Cohen, Bob Dylan, Andy Warhol, Kerouac e Janis Joplin. Ed è proprio in riferimento alla relazione con quest’ultima che Cohen scrive questa canzone. Una relazione allo sbando, idolatrata dai giovani americani all’epoca.

  1. So long, Marianne (1967)

Una relazione allo stremo tra l’amore e l’amicizia, Cohen scrisse questa canzone per Marianne, giovane donna con la quale ha convissuto in Grecia negli anni Settanta, insieme al figlio appena nato.
 Marianne è stata anche la destinataria di una lettera che Cohen ha scritto sul letto di morte della donna lo scorso luglio, e che, preveggente, dice:

“Bene, Marianne, è giunto il momento che siamo diventati così vecchi e i nostri corpi stanno cedendo e credo che ti seguirò davvero presto. Sappi che sono proprio dietro di te, e che se distendi la tua mano, penso riuscirai a raggiungere la mia. […] Addio, mia vecchia amica. Eterno amore, ci vediamo lungo la strada…”

L’avrebbe seguita giusto quattro mesi dopo.

  1. You want it darker (2016)

Qualche settimana prima della morte, Cohen rilascia l’album ‘You want it darker’, che è stato definito il più dark della sua carriera.
I temi sono l’amore, la vita, il viaggio e la morte.
Cohen si rivela cosciente di ciò che sarebbe avvenuto a momenti: tra un canto di sinagoga, nel ritornello ripete “I’m ready my lord”, col suo immancabile sussurro, quasi a esorcizzare ogni timore, non il suo, quanto dei suoi ascoltatori.

A cura di Francesca Faccani

Associazione Vox

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