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On stage: Notturno di donna con ospiti

In scena per la prima volta nel 1983, Notturno di donna con ospiti torna al Teatro Franco Parenti dal 9 al 20 novembre 2016. Di Annibale Ruccello, per la regia di Enrico Maria Lamanna, con Guliana De Sio, Rosaria De Cicco, Andrea De Venuti, Francesco Di Leva, Luigi Iacuzio.

“Alfredìn ha nù po’ e’ tosse. Ma sajena cosa, comm viene accussì passa, alle creature”, è il preludio su cui si spalanca il sipario. Questa frase verrà ripetuta numerose altre volte nel corso dello spettacolo, ma i primi a pronunciarla, quasi all’unisono, sono Michele e Adriana, marito e moglie napoletani, genitori di due figli. Ci ritroviamo in una stanza, punto nevralgico di tutto lo spettacolo. Perché effettivamente, per i personaggi, in quella stanza c’è proprio tutto il necessario. Un tavolo, un frigorifero, una poltrona, un televisore non esattamente funzionante che ahimè non trasmette Rai1, dove “diamine, danno sempre le storie d’amore più belle, stasera L’ereditiera!”, un telecomando altrettanto sguercio, un mocio per fare le pulizie e, sullo sfondo, da sinistra le scale che conducono alla camera dei bambini che stanno dormendo per poi proseguire, sulla destra, con una porta che conduce all’inaccessibile giardino.

È tutto qui, di quel che c’è non pare mancare nulla. 21:30, Michele, in calzoni e petto nudo, dopo aver approcciato maldestramente e inutilmente un veloce rapporto con la moglie, indossa la divisa da poliziotto e, armato di cotoletta per il pranzo, esce a lavorare in quella zona residenziale (“che poi oddio, non voglio andare nemmeno a Napoli, però ci vuol coraggio a chiamare questa zona residenziale, c’è solo campagna, passa un pullman ogni ora, quasi nessuna casa e ci sono talmente tante mosche, zanzare e bestie strane qui…”). La porta si chiude e il mondo, insieme all’insopportabile calura estiva (i 38 gradi si sono raggrumati in tutto, dagli oggetti alle persone) avvolge Adriana, che in vestaglia e pantofole rimane sola. Un tentativo di pulizie, una chiamata alla madre, un insulto a quel maledetto pianoforte dei vicini che diiingdooongdaaang e ding e dong e dang maledetto non si rompe mai, e crolla addormentata dinanzi alla TV. È tutto buio, fatta eccezione per la luce dorata, unico spiraglio sopravvissuto, della televisione. Poi però parte un altro rumore che sovrasta il ticchettio pesante dell’orologio che scandisce la notte blu, un fragore intermittente, un battito incessante, sempre più violento: qualcuno sta bussando alla porta.

“Ma tutte ste casee’ cafoni, nisciuno ca’ me apre, fammetrasì che me stanno seguènd” e schizza in scena un vestito striminzito rosa acceso accompagnato da scarpe uguali, che non la smette di urlare e rifarsi il trucco, il nome è Rosaria. Si scopre essere una ex compagna di scuola di Adriana, quella scuola così lontana che sembrano davvero secoli. La padrona di casa, eccitata da un brivido di un simile inconsueto risveglio, vuole mostrare la casa all’ospite, ma specialmente il salotto eh, non ci va mai nessuno e c’è ancora la plastica sulle poltrone, ma poi guarda anche l’album di famiglia con i bimbi, che diamine stanno dormendo quindi parliamo piano che Alfredino ha la tosse e non dobbiamo svegliarlo, che poi vabbè gli passerà perché è solo un bambino ma vieni a vedere tutto, dai!

Dopo poco entra in scena Arturo marito di Rosaria, e in seguito irrompe il primo amore della protagonista. Che confusione, ed è subito passato.

Parte “Montagne verdi”, la canzone preferitadi Adriana, che comincia a canticchiarla, ed è da queste parole che si delinea ogni singolo personaggio che, esattamente come la canzone che sembrava essere la preferita solo di un ieri, pare avere importanza e vita anche oggi.

Occupando tutto il palco, dapprima con movimenti più regolari e pacati per poi proseguire con balzi, camminate più pesantie gesti bruschi e inconsueti, la dinamicità cresce sempre di più. In un vortice logico all’inizio, scandito da una genuina regolarità, complice anche il whisky, la situazione degenera e i personaggi, quasi fossero parte di un dickensiano Natale passato, ritornano davvero uno ad uno, e non sono più solo ospiti, e la padrona di casa non è più interessata in modo esclusivo alle formalità verso di essi, ma diventa lei il fulcro dell’attenzione, affrontando ognuno di quei fantasmi, che poi tanto trasparenti non sono. Vi è così un iniziale velato senso di interesse che poi diventa un vero e manifestato corteggiamento da parte di Arturo, che gira per casa con fare provocatorio. Un’attrazione che dapprima sa di farsesco, sembra uno scherzo, ma che d’improvviso assume i connotati di un amore autentico, giovane, passionale, che giungerebbe sino al rapimento fisico e metaforico della protagonista, per condurla a rivedere quelle Montagne Verdi, e che la farebbe gridare, in una frenetica esultanza, finalmente,“il mio destino è accanto a te, con te vicino più paura non avrò e un po’ bambina tornerò”.

Da questi pochi sprazzi relazionali emergono un senso di paura, di sfiducia, insicurezza, dubbio mascherate da finte timidezza e goffaggine, per difendersi da Sandro, archetipo della maggior lontananza immaginabile dalle Montagne Verdi, figura ambigua che con il suo volto scarno e il fisico asciutto pare essersi imposto sulla scena senza chiedere il permesso. Adriana lo osserva e ricorda Scrooge, impassibile e distaccata. “Mi ricordo montagne verdi e le corse di una bambina, con l’amico mio più sincero, un coniglio dal muso nero…Mi ricordo montagne verdi, quella sera negli occhi tuoi, quando hai detto: si è fatto tardi, ti accompagno se tu lo vuoi”, parole dolci o suoni ambigui? Su questo dilemma associato a Sandro, compaiono anche la madre, una donna che nel bel mezzo di un temporale riversa sulla figlia tutte le angherie possibili per essere nata donna e rigurgita una serie di insulti per essersi fatta accompagnare per mano nel loro stesso giardino da quel coniglio dal muso nero, una serpe, ma ormai il danno è fatto. A difenderla appare il defunto padre, non casualmente al lavoro nel giardino, l’unico che pare comprenderla, ma “le donne devono essere amate, non capite” diceva Oscar Wilde, e chi ha veramente compreso Adriana?

Dando sfogo al suo lato erotico immedesimandosi e a momenti alterni diventando veramente Rosaria, vestendone l’abito corto e provocante, la protagonista perde sempre più il controllo di sé. Gruzzolo di frenesia e paranoie, cosa deve fare per riavere davvero se stessa, non vergognandosene, la scelta giusta è fuggire con il suo innamorato oppure accompagnare la madre che la perseguita ovunque a pulire la tomba del padre o, in alternativa, restare la casalinga e moglie devotamente sottomessa interessata alle televendite? O continuare ad essere la madre dei suoi figli? Ma questi ultimi appartengono davvero a lei?

È solo in questo momento che si riesce davvero a notare l’arredamento della stanza, a differenza dell’inizio in cui, per via anche delle non casuali notevoli presenza d’ombra, pareva essere povero, scarno e riduttivo. Si notano i dettagli, che però si rifiutano di essere etichettati come tali, “sono importante, sono l’amore, e anche se fingi di infischiartene, francamente lo so che ci pensi” urla il poster di Gone with the wind sulle scale, e all’antipodo di Rossella O’hara, sulla mensola sono poggiate tre bambole addormentate una sui riccioli dell’altra; ma poi c’è la devozione a Gesù nell’immagine sul frigorifero e l’attenzione per la famiglia nella bottiglia di orzata fredda che in casa non manca mai. L’epilogo è l’acume della confusione, un groviglio inestricabile che vede una donna come bambina, giovane ingenua, figlia, donna, sposa, moglie, madre, tutte insieme, un’identità dietro l’altra che si rincorrono e, a volte mascherate, non si riconoscono arrivando a perdersi, odiandosi o adorandosi o entrambe insieme.

“Poi un giorno mi prese il treno, l’erba, il prato e quello che era mio, scomparivano piano piano e piangendo parlai con Dio”, e chissà quali saranno le parole finali di Adriana e quale maschera sceglierà di pronunciarle.

A cura di Isabella Garanzini

Associazione Vox

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