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Micheleberg Music Fest @ Berlino

PEOPLE. Così recita lo striscione di dimensioni astronomiche che accoglie all’entrata le 4000 persone riunitesi negli studi Funkhaus di Berlino per il Michelberg Music Fest organizzato da Justin Vernon (in arte Bon Iver), i fratelli Aaron e Bryce Dessner dei The National, Brandon Reid, Michelbergs, Ryan Olson e Vincent Moon. Due giorni no stop di musica, arte visiva e festa.

All’entrata viene consegnato in base all’orario di arrivo un braccialetto di un determinato simbolo. 12 sono i simboli in totale che permettono di accedere ad orari diversi agli studi principali. Si tratta della Saal 1 e Saal 2, entrambe di una bellezza unica e acustica perfetta, che vedono al loro interno gli show più preziosi. Di libero accesso sono invece altri tre studi minori e il palco principale collocato all’interno di un capannone industriale diroccato, dove ininterrottamente ruotano gli artisti.

Tutto è mistero. Nessuno sa né dove né quando gli artisti si esibiranno. Le esibizioni vengono ripetute più di una volta per dare modo a tutti di poter assistere, e ogni show è totalmente diverso dall’altro.
Nella Saal 1 e Saal 2 le atmosfere cambiano di continuo. Il primo set che vedo è quello delle All Women Choir, un coro di voci bianche formato da Staves, Shara Nova, Soema Montenegro, Lisa Hannigan, Arone Dyer, Kate Stables. Magia pura dettata dalle sole voci, nessuno strumento musicale e vengo subito ipnotizzato e catapultato in un universo senza spazio e senza tempo, dove ci sarei rimasto per due giorni. A seguire è Justin Vernon ad accogliere il nostro ingresso in sala, in compagnia di Damien Rice, i Kings Of Convinience e il cantante francese degli “O”. Seduti in cerchio ognuno con la propria chitarra acustica si alzano uno alla volta e propongono inediti e cover per poi chiudere tutti insieme a suon di banjo e sorrisi. Insomma, situazioni uniche che non si vedono facilmente.

Il Festival è oggettivamente fantastico, ma l’impressione non è di trovarsi ad un qualsiasi festival internazionale. L’aria che si vive è diversa.
Giorni prima i partecipanti ricevono diverse mail in cui, oltre ai dettagli tecnici, traspare ed esplode la gioia spontanea che ha spinto Justin Vernon e gli organizzatori a dare vita a questa storia.
Non ci sono soldi per gli artisti ma solo l’esigenza condivisa di provare a creare insieme qualcosa che esprima quello che sono e per cui vivono, la musica. Il Michelberg Hotel ospita così gli artisti per tutta la settimana precedente al festival. Gli artisti vivono insieme, mischiando le formazioni, provando in continuazione e dando vita a musica che avrebbero poi suonato per noi nel weekend.
Questa loro esigenza si è tramutata in pura magia, che traspariva nei volti degli artisti e nel silenzio e il rispetto degli spettatori per tutti i concerti. Impressionante è come si sia annientato il concetto di rockstar, intesa come divinità lontana dalla gente comune. L’abbattimento di questa barriera ha permesso di vivere ogni show, dal più intimo e privato a quello più caotico, con lo stesso sentimento che si prova a condividere qualcosa che si ama con i propri amici. PEOPLE. Lo striscione gigante sul main stage ci ricorda infatti che la bellezza di quello che stiamo vivendo è data appunto dall’unione di tutti noi in quel momento, in quel luogo.

Nonostante l’eccitamento generale l’organizzazione un po’ pecca, tutto lecito essendo la prima volta (e forse unica) di un festival con regole tutte sue.
Il primo giorno si formano code di ore per poter accedere agli studi minori, sempre con il mistero di non sapere chi ti troverai sul palco. La tensione tra la gente è palpabile ma ogni esibizione stempera ogni mal animo.
Il secondo giorno cambiano le modalità d’accesso. Tutto diventa più agevole e a intrattenere le code i Kings Of Convenience prima e Damien Rice dopo improvvisano piccoli concerti acustici. Spazientito dalle attese del giorno prima, mi aggrego ad un gruppo di furbacchioni tedeschi che avevano trovato la crepa nel sistema, ovvero mischiarsi alle donne incinte e ai disabili. Un po’ da stronzo (e ancora oggi con qualche senso di colpa) riesco così ad entrare a rotazione dentro gli studi 1 e 2 e vedere quasi tutti gli show più fichi.
I Bon Iver propongono 3 volte (ma sempre per poche persone) l’intero set del nuovo album “22, A Million” uscito il 30 settembre. Uno show oltre ogni aspettativa tenuto nello studio 1 sulle cui gradinate un’oretta prima Woodkid, seduto con il laptop sulle gambe, era stato il cuore musicale di una performance che vedeva intorno a lui ballerini dare vita alla musica.

In conclusione del festival, una festa bellissima sul main stage che vede alternarsi quasi tutti gli artisti con formazioni miste. Ovviamente non può mancare un finale epico con un set techno pazzesco che vede gli Alt J, Bon Iver e Woodkid in console e alle loro spalle il bassista di Poliska e quattro, QUATTRO, batteristi. E in ogni punto del palco tutti gli altri artisti che ballano. Una vera e propria festa.
E io dopo due giorni passati in silenzio con occhi e orecchie aperti e il cuore spalancato mi ritrovo sotto al palco a urlare ballare e buttare fuori tutta la gioia che non mi sarei mai aspettato di provare in quel weekend.

La musica è la bellezza che ho provato a Berlino. E fortunatamente nel mondo ci sono artisti giganti che segnano la strada e che verso questa bellezza ci indirizzano.

A cura di Elia Pastori

Associazione Vox

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