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Il Calapranzi

Harold Pinter non ha bisogno di presentazioni. Inglese, classe 1930, ci ha lasciati la vigilia di Natale del 2008 e nel corso dei suoi 78 anni di vita ha ricevuto un buon numero di onorificenze. Tra queste, per dire, il Nobel per la letteratura; perché “nelle sue commedie scopre il baratro che sta sotto le chiacchiere di tutti i giorni e spinge ad entrare nelle stanze chiuse dell’oppressione”. Una motivazione che rimane vera ancora oggi ma, soprattutto, che si può rifare alla produzione pinteresque sin dagli esordi, quando ancora la maggior parte dei critici non capiva i suoi dialoghi solo apparentemente vuoti: un lascito dell’influenza che il caro amico Samuel Beckett (e il Teatro dell’Assurdo) ha esercitato su di lui.

Quindi, tutto sommato, sapevo che genere di rappresentazione aspettarmi quando mi sono seduta sulla poltroncina del Teatro Libero, pronta a gustarmi Il Calapranzi, atto unico del 1960 messo in scena per la regia di Corrado d’Elia (un altro che, nel panorama teatrale italiano, non ha bisogno di presentazioni), dal 19 aprile al 2 maggio. Quello che invece mi immaginavo meno, e credo possa interessare, è che Il Calapranzi è lo spettacolo perfetto per introdurre al teatro quel vostro amico che magari su questa arte è un po’ dubbioso, ma in compenso ama il cinema americano fatto di gangster buffi ma anche no e di dialoghi apparentemente assurdi ma sottilmente brillanti. Insomma, il fan di Pulp Fiction – o di Tarantino in genere, e tutto quel che ne segue. Perché dopo aver visto Il Calapranzi, non posso non pensare che il caro Quentin, come molti altri cinematografari, abbiano imbevuto i propri film di drammaturgia pinteriana.

Torniamo al Teatro Libero, all’unica stanza che viene rappresentata sul palco. Entrando in sala, ci sono due uomini stesi su dei letti, che leggono il giornale, si guardano attorno. Cominciano a parlare del più e del meno, sono lì ma non si sa bene per cosa. Compaiono delle pistole, si comincia a capire. Aspettano il nome della prossima persona da far fuori; anzi, aspettano proprio che gliela portino. E nel frattempo devono passare il tempo. Ben (interpretato da Francesco Maria Cordella), autoritario, leggermente ossessivo-compulsivo, cerca di leggere, vuole un tè, e non sopporta più Gus (un ottimo Alessandro Castellucci), il suo socio, che questa sera parla, parla, parla, continua a fare domande.

Il risultato è un duo dai perfetti tempi comici che però sa inquietare, anche attraverso movimenti improvvisi e scatti d’ira, alzando l’asticella della tensione man mano che il tempo passa e le comunicazioni non arrivano. Fino a che… No, il finale non ve lo svelo. Vi sorprenderà. Andate, scopritelo, e portate un amico che non pensa di non amare il teatro ma ama Tarantino; penso creerete un nuovo appassionato.

A cura di Camilla Pelizzoli

Associazione Vox

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