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Dalle pietre la voce, dalle case il colore: ricordando Pinuccio Sciola

Avevo otto anni quando andai in Sardegna per la prima volta. Una guida ci parlò di un artista che sapeva dar voce alle pietre. Bello, pensai.

Pinuccio Sciola – hélas – si è spento a Cagliari lo scorso 13 maggio, a 74 anni, non lontano dalla sua natale San Sperate. Gli abitanti del piccolo comune sardo lo hanno ricordato con lenzuola bianche lasciate a sventolare dalle finestre. Un ignaro che vedesse le foto di quell’omaggio potrebbe pensare a un’ultima opera dell’artista.

Nell’arco della sua carriera spaziò agilmente da un campo espressivo all’altro. I suoi primi lavori visivi, dal ’61 al ’73, lo fecero conoscere a Milano, in Spagna e in Messico. La sua ricerca si avvicinò quindi all’opera di Manzù, di Wotruba e di Moore; espose come scultore a Parigi, partecipò alla Biennale di Venezia del ’76 e, dieci anni dopo, alla Quadriennale di Roma. Un inizio niente male. Ma al di là del curriculum, la grandezza di Sciola risiede nella sua attenzione verso i materiali con cui sentiva di interagire. Non solo la materia fisica delle sue creazioni, ma soprattutto la sensibilità del tessuto sociale e umano a cui si rivolgeva. Nel ’68 tornò in Sardegna per decorare a murales le abitazione di San Sperate, facendo meritare al borgo l’appellativo di ‘paese-museo’.

Eppure sarebbe sbagliato pensare a un museo a cielo aperto. Le creazioni di Sciola non hanno nulla delle opere da esposizione: il cromatismo intenso, quasi onirico, o la quotidianità delle scene emergono dalla vita dei luoghi e della comunità. È una continuazione del vissuto sociale, una pratica situata che abbraccia la storia degli spazi abitati. Questo elemento di cura per la contestualità dell’opera – dalla portata forse più etica che artistica – evidenzia la coerenza del suo passaggio dalla creazione plastico-visiva alla sperimentazione sonora.

I lavori riconducibili alla categoria della ‘sound-art’ iniziarono a metà degli anni ’90 con la serie delle Pietre Sonore. Grandi menhir di roccia lavorati in modo da sviluppare distinte qualità acustiche una volta sottoposti a sfregamento. Ma più che una virata verso la musica sperimentale, quella di Sciola fu un’evoluzione nata in seno alle sue ricerche scultoree. La prima pietra fu realizzata a Berchidda nel 1997; altre furono portate in giro per l’Europa negli anni seguenti. Lo stesso Renzo Piano decise di includerne una nel suo progetto per la Città della Musica di Roma (2003). A differenza di molti esperimenti simili, nessuna di queste rocce mostra traccia di amplificazione o elettrificazione. Piuttosto, Sciola lavora le superfici. Ne conosce le caratteristiche fisico-chimiche e pratica incisioni in continuità con le naturali venature della roccia. Basta un tocco o lo strofinamento di un’altra pietra perché i movimenti abrasivi si traducano in suono, ora fluido ed etereo, ora minerale e vetroso. A volte ricordano la voce umana.

Questo creatore originale (scultore? muralista? sound-artist?) non ha mai mostrato tratti di sopraffazione espressiva: nessuna imposizione, bensì un’interazione intima con oggetti che ha saputo conoscere, modellare, di cui ha studiato le caratteristiche interne. Il rapporto artistamateriale va qui inteso in senso ecologico: l’azione del primo nasce dalle potenzialità del secondo e va a modificarlo senza disconoscerlo.

Parafrasando Bacone, Sciola sembra aver riconosciuto di poter comandare la natura solo obbedendole. Ancora oggi quelle pietre viaggiano per giardini, ville, teatri, piazze, parchi. C’è da sperare che la relazione organica sviluppata da Sciola con le sue opere e i loro contesti non vada perduta dietro una teca museale o su un palchetto rialzato. Isolamento e distacco non si addicono a chi colora le strade, a chi dona vita ai muri e dà voce alla roccia. Dopotutto, le pietre cantano solo se toccate.

a cura di Gabriele Cavallo

Associazione Vox

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