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Motorpsycho, la Norvegia che ci piace @ Magnolia

Finalmente ho qualcosa da dire sulla Norvegia. Perché siamo sinceri, sulla Svezia ce la si cava facilmente con le bionde e Ibrahimovic. Ma provate a intrattenere un discorso come unico riferimento la pressoché misteriosa città di Oslo (della serie “Pazzesca, ma quanto costa?!”, che ricorda la celebre “Venezia bella, ma non ci vivrei”). Ecco dicevamo: la Norvegia è la patria dei Motorpsycho.

Nordici veri – lunedì 9 maggio – al Magnolia iniziano davvero alle 21.30 alla faccia delle decine di persone ancora in fila nella disperata ricerca degli ultimi biglietti. Il locale è imballato, bisogna sgomitare per cercare di guadagnarsi per lo meno una visuale parziale del trio, che senza tanti complimenti ha iniziato a martellare; i meno intraprendenti si accontentano dello schermo esterno.

L’aspetto più incredibile dei Motorpsycho è la loro versatilità: come se niente fosse nel giro di mezz’ora cambiano almeno tre generi, dallo psichedelico più totale a picchi di pseudo metal fino ai classici più intimi e sentiti (lacrimuccia su Feel e Wearing your Smell). Ma quello che colpisce è che il tutto non stona: la loro eterogeneità musicale ha in sé una strana coerenza. Tra una canzone e l’altra si intravede il loro percorso musicale che in quasi 27 anni di carriera non si è dato alcun limite, unico motivo per cui una hit più classic rock non stride con altri pezzi molto più sperimentali. Una cosa alla D’Annunzio: hanno provato tutto e gli è uscito bene.

Mi guardo in giro e sono uno dei più giovani. Vedo solo gente che è lì per loro, il che può sembrare scontato ma una tale attenzione collettiva al concerto è un fattore sempre più raro. Pochi smartphone e chiacchere al minimo.

Anche i veterani con le magliette dei loro tour degli anni ’90 che mi ritrovo di fianco però non si aspettavano un concerto del genere: tre ore serratissime, senza pause fino alla fine in cui dopo due minuti di riposo salutano tutti con un’ultima unica tirata di venti minuti (nessuna iperbole, venti minuti) che non lascia alcun dubbio sul prezzo del biglietto. Non ci sono etichette particolari quindi da affibbiare ai Motorpsycho se non quella icastica di “cazzo duro”.

L’aspetto che più temevo erano i lunghi momenti di pura psichedelia che li contraddistinguono. Sono sempre un arma a doppio taglio, che loro però usano con estrema sapienza. Anche quando il suono è minimo, quasi impercettibile, non scade mai nella noiosa ripetizione, il rischio principale del genere. Infatti cresce, incalza, si trasforma e senza che te ne accorga già il suono ti sta travolgendo. Evidenti anni di esperienza, non rimane che togliersi il cappello.

Se poi questo non vi basta possiamo anche parlare di fiordi o del fatto che il cavaliere del Re di Norvegia è un pinguino che si chiama Nils Olav (già colonnello nel 2005).

A cura di Giovanni Pedersini

Associazione Vox

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