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Rosso Rothko @ Teatro Elfo Puccini

Il ritorno della pièce dedicata al genio di Mark Rothko e alla sua arte al Teatro Elfo Puccini

Sprazzi di rosso sulle sedie, sul pavimento, sui vestiti da lavoro. Sprazzi di rosso nelle parole, nei gesti, nei sentimenti.
Che cosa vedi?
Rosso

“Rosso” non è soltanto il titolo di quest’opera, non è soltanto un richiamo presente nella scenografia, non è solo colore, non è solo arte. Il rosso di cui si parla nel testo di Jhon Logan, vincitore del Tony Award nel 2010, è il colore di una fase fondamentale della vita di un’artista che è stato una delle figure cardine dell’arte contemporanea del ‘900, Mark Rothko.

Jhon Logan costruisce una sceneggiatura a partire dalle parole e dai pensieri dello stesso Rothko, attingendo da lettere, citazioni, interviste, diari; egli riesce a montare tutte queste testimonianze in maniera organica e naturale in un testo che va oltre il racconto biografico per diventare qualcosa di più. “Rosso”, infatti, non si ferma alla narrazione ma fa entrare gli spettatori dentro il mondo dell’artista, li fa sporcare con gli schizzi di pittura rossa, li mette in discussione, li interroga e li provoca, pur senza mai rompere la quarta parete.

È attraverso lo scontro-dialogo con il suo assistente, il giovane Ken, che il pubblico è catapultato dentro lo studio di un’artista geniale, nei suoi streams of consciousness, nelle sue elucubrazioni e anche nel suo intimo tormento.

Ken, il quale inizialmente appare quasi ingenuo, sperduto nello studio del grande artista, durante i due anni di lavoro alle dipendenze del burbero ed egocentrico Rothko inizia a trovare la sua voce, e ce la fa sentire forte e chiara.
Lalba è rossa, e rosso è alba

Si arriva quasi a uno scontro generazionale in cui il grande esponente dell’espressionismo astratto americano deve confrontarsi con la novità della Pop Art, con il cambiamento dei gusti, con la nuova esigenza di un’arte che è flusso continuo, evoluzione perenne e mai statica.  Da questa consapevolezza, ecco la paura che, un giorno, “il nero inghiotta il rosso”.

Paura della morte? Paura dell’oblio? Oppure di essere dimenticato?

Forse sono queste ma anche tante altre le incertezze che ronzano nella testa di Rothko e che lo portano ad accettare la proposta di realizzare le opere che avrebbero dovuto “decorare” il ristorante del Four Season di NY con il compenso più alto mai percepito da un artista per questo tipo di commissione.

Ma Mark Rothko non arriva fino in fondo. Posto di fronte alla sua ipocrisia da Ken, l’artista ritrova se stesso e si ritira da un incarico che l’avrebbe portato a commercializzarsi creando arte per un mondo che disprezza, che non gli appartiene. La versione italiana di questo testo, diretta da Francesco Frongia e interpretata da Ferdinando Bruni nei panni di Rothko e da Alessandro Bruni Ocaña in quelli di Ken, richiama la messa in scena della prima versione londinese diretta da Michael Grandage con Frank Molina ed Eddie Redmayne, ma riesce a creare un universo nuovo in cui i protagonisti sono coinvolti in una serrata gara di retorica all’interno di uno spettacolo che, invece, non risulta mai retorico.

L’intensità è palpabile dall’inizio alla fine nei toni, nelle parole, nella gestualità dei due attori i quali si muovono sul palco fluidi come il pennello sulla tela, sempre sincronici e mai eccessivi, anche nei confronti più aspri.

“Rosso” è uno spettacolo che apre gli occhi non solo sulla personalità di un artista immortale, ma anche sull’arte contemporanea del ‘900, difficile da comprendere per molti, ma permeata anch’essa della poesia della creazione e da profonde riflessioni artistico-filosofiche, espresse dalle parole di Rothko. Una volta larte era unimpresa solitaria: niente gallerie, niente collezionisti, niente critici, niente soldi. Non avevamo maestri. Non avevamo genitori. Eravamo soli. Eppure è stato un periodo doro, perché non avevamo niente da perdere e tutta una visione da guadagnare.M. Rothko

A cura di Martina Mucciariello

 

 

Associazione Vox

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