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Bilal, nessun viaggiatore è straniero

Bilal è uno, nessuno e centomila. Bilal sono io, sei tu, è chiunque si trovi in viaggio lontano da casa. Bilal sono i protagonisti degli infiniti frammenti di storie che si sovrappongono, intersecano, affiancano e allontanano con ritmo serrato e continuo, a formare i segmenti di un unico, interminabile viaggio: la rotta dall’Africa all’Europa.

Progetto nato dalla collaborazione tra la regista Annalisa Bianco (Egumteatro) e Luca Fusi (direttore dell’Ecole de Theatre du CFRAV, Burkina Faso) sul testo BILAL. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini, racconto dell’esperienza vissuta in prima persona all’interno degli orrori dell’immigrazione clandestina dal giornalista Fabrizio Gatti (premio Tiziano Terzani 2008), Bilal, nessun viaggiatore è straniero farà tappa nel suo vagare al Teatro Elfo Puccini dal 5 al 10 aprile.

A metà tra teatro di narrazione e d’inchiesta, forma che sempre più si trova a sostituire nel loro ruolo i canali mediatici istituzionali (rei di divulgare notizie spesso troppo, appunto, “mediate”, sottomesse alle logiche della politica e dell’informazione), lo spettacolo adotta un’impostazione incisiva, aggressiva, quasi, a tratti, che non risparmia accuse indirette (ma nemmeno poi tanto) alle sterili elencazioni di numeri dei telegiornali, alle strumentalizzazioni della politica, al rischio di soccombere una volta ancora, una volta di più, alla banalità del male.

Eppure una tale scelta stilistica non è l’unica alternativa al pietismo di tanti talk-show, ed il sarcasmo che talvolta affiora a colpire gli spettatori, chiamati a rappresentare quel Vecchio Continente cui sembra mancare oramai la forza di cercare una soluzione, rischia di far prevalere la soggettività del grido indignato di denuncia (per quanto condivisibile) sull’oggettività del dato reale, di una realtà che sa parlare benissimo per sè.

Leonardo Capuano porta in scena questo susseguirsi incalzante di quadri vestendo i panni dei tanti personaggi, regge la scena senza mai perdere d’intensità espressiva ma con un andamento monotòno che rende talvolta ostico seguire l’alternarsi dei dialoghi così come il rapido saltare di storia in storia.

E se un finale manca, mentre la storia prosegue, ripetendosi ogni giorno uguale sulle pagine dei giornali, rimane il retrogusto amaro dato dalla consapevolezza che stranieri, in viaggio, lo si continuerà ad essere, fintanto che negli occhi di chi guarda, sul colore della pelle, sulle diversità linguistiche, sulla mancanza di un documento adeguato, prenderà finalmente il sopravvento il dato umano: che è tutto ciò che poi, in fondo, conta.

A cura di Claudia Tanzi

Associazione Vox

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