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Carol di Todd Haynes – La Recensione

È come chiudere gli occhi e abbassare il capo, poi riaprirli, sollevare lo sguardo e trovarli lì, ardenti e penetranti, espressivi e caparbi nella loro prolungata ricerca. Sono l’origine di un incontro percettibile a loro soltanto, l’inizio di una scintilla tra due anime destinata a rinvigorirsi nel suo stesso consumarsi, estranea al mondo circostante e per questo così intensa ma così impalpabile da non riuscire a non dubitare della sua bellezza. Carol è l’incontro tra due donne – Carol (Cate Blanchett) e Therese (Rooney Mara) – che si guardano, si studiano e già percepiscono il legame che le stringe, già si comunicano più di quanto abbiano mai fatto, già hanno ben chiaro dove vogliono arrivare. Carol è la storia di un amore dichiarato che travolge nella lentezza stessa in cui si rivela alla propria assenza, il racconto di una relazione che vive attraverso l’esplorazione individuale del proprio universo personale: in un certo senso, l’amore al servizio dell’intimità del singolo come forza liberatrice.

E a proposito di assenze, anche Todd Haynes ci era mancato. Non dirigeva un film da quando decise di ritrarre Bob Dylan nel suo I’m not there. Era il 2007, e non è un caso che, quasi dieci anni dopo, sia stato proprio il regista californiano a divenire mentore del libro di Patricia Highsmith, a trasporre sul grande schermo una donna di nome Carol. A Haynes non piace pensare che il suo essere dichiaratamente omosessuale ne influenzi (positivamente) la produzione artistica, e forse è riduttivo affermarlo, sta di fatto che è divenuto il simbolo del New Queer Cinema, quella corrente degli anni ’90 che, a partire da Posion (1991), per prima ha dato voce alle tematiche LGBT. Tra l’altro non è neanche la prima volta che si trova ad avere a che fare col nome Carol – ormai ci sarà affezionato – perché Safe, mini capolavoro del ’95, vedeva Juliane Moore nei panni proprio di Carol, una donna malata di una nuova allergia del XX Secolo, la sensibilità chimica multipla.

Ma nella nostra Carol, quella del 2016, ci sono tutti i temi cari al suo regista, a partire dalla rivendicazione che sessualità e identità personale non debbano essere costruite socialmente ma considerate come fluide, giustamente mutabili in qualsiasi momento. L’intero film è marcato da un soffuso erotismo, una sessualità non convenzionale, lontana dall’essere racchiusa nell’atto in sé quanto portatrice di una forza sovversiva che collide con le norme sociali e abbandona se stessa pur di non essere repressa. Anche se tale lotta rimane sullo sfondo, come tutto ciò che non coinvolge direttamente le protagoniste, perché è il loro mondo quello che ci viene presentato sulle note di un’ottima colonna sonora targata Carter Burwell.

Carol è soprattutto una Cate Blanchett da Oscar. Una performance così convincente, da parte di quell’attrice che la statuetta la vinse due anni fa – neanche troppo meritatamente – con Blue Jasmine di Woody Allen, non si vedeva dal 1998 (“Elizabeth”). Oggi la bionda australiana si trasforma in una pedatrice che sa quello che vuole, che agisce con classe ed eleganza, capace di alimentare il desiderio di una giovane ragazzetta ancora un po’ incosciente e sottomessa (Rooney Mara), la quale invece è rigida, spaventata ma di un’infelicità bellissima, bloccata in una naturale timidezza. Un ruolo di poche battute quello della Blanchett, un copione scarno che riesce a rendere con un’intensità, una delicatezza e una sensualità senza precedenti, mettendo a segno probabilmente la prova più limpida e convincente della sua carriera. Senza di lei la sceneggiatura sarebbe stata debole e il risultato diverso.

Certo, anche il modo in cui Haynes racconta gli anni ’50 è decisivo per la riuscita del film: delinea il contesto soltanto superficialmente, ma ci riesce bene grazie ai suoi colori a pastello, il make-up e tutti quei vestiti che sfruttano lo stile come punto di forza e una fotografia meravigliosa che dà l’idea di una cartolina vintage rinvenuta da una soffitta dell’epoca. Inoltre, l’uso della cinepresa è molto formale e preciso, basti pensare al sapiente utilizzo di campo e contro-campo o alla circolarità perfetta che coinvolge apertura e chiusura del film, omaggiando perfettamente l’identica sequenza di Brief Encounter di David Lean (1945). Senza contare che riesce a non sfociare nel melodrammatico, e questo, per i drama moderni, grida quasi al miracolo.

A parte questo, Carol è un film terribilmente malinconico in cui si percepisce diffusamente un’assenza o un passato taciuto che pesa sugli animi inquieti di donne che non sembrano mai realmente libere di essere loro stesse. Ma è proprio così che Haynes decide di raccontare il modo in cui coloro che si riscoprivano omosessuali erano costretti ad affrontare la vita negli anni ’50: una diatriba interiore tra depressione e auto-controllo, una costrizione alla finzione dovuta all’emancipazione che si scontra con la libera accettazione di sé, fino all’emblematico scioglimento rappresentato dal sacrificio di una madre che, con coraggio e passione, decide di seguire la propria natura abbracciando un primo piano sul futuro e sull’amore.

A cura di Federico Lucchesi

Associazione Vox

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