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Il popolo di legno di Emanuele Trevi

Nemmeno il Topo, pensò quella mattina il Topo scrutando la sua faccia gonfia di sonno nello specchio sopra il lavandino, nemmeno il Topo può sapere come finirà questa nuova storia, che pure – non c’è dubbio – ha messo in moto lui.

il-popolo-di-legnoNella bonaccia dell’attuale letteratura italiana Il popolo di legno rappresenta, più che un’increspatura, un appiglio.
Il Topo è protagonista e voce narrante di questa storia, demoniaco e vorace personaggio di una Calabria dai vaghi connotati geografici. I nomi sembrano evocare, più che descrivere, una storia che si snoda in un Luogo che ambisce all’universale, non soltanto come merito ma anche come condizione di eterna alienazione.

Tutto comincia quando il Topo decide di tenere una trasmissione radiofonica, Le avventure di Pinocchio il calabrese. Un gesto semplice, un atto di libertà assoluta che lo trascina in una catena di causalità da cui non riuscirà più a liberarsi. La sua vita, faticosamente approdata alla routine, verrà stravolta e dilaniata.
Il Topo non smetterà mai di professare la propria fede. La voce e il pensiero, allo stato più crudo, lo accompagnano.

Personaggi senza alcun nome proprio, solo descrizioni espressioniste di fattezze, pance e dita, ventri e denti, negri e vecchi e rugosi albanesi, simboleggiati dall’emblema che viene loro imposto: il Delinquente, l’Omino, gli Zii sono le creature che abitano questo Luogo, volontari successori del Gatto e della Volpe, di Mangiafuoco e del Grillo, maschere più calcaree e reali, approfondite dal gelido e disincantato sarcasmo del narratore. A tutti è assegnato un ruolo preciso, un presagio e un compito, e nessuno riuscirà a distanziarsi dalla strada.

Il popolo di legno non è un libro tradizionale. Non segue una struttura precisa, nemmeno all’interno delle singole frasi. La retorica e le belle parole sono presenti solo come parodia e putrefazione di un metodo: Ma la vita veraQuella si svolge nella tenebra del sangue, nel lago del cuore, nella cavità dei coglioni, nelle viscere che strizzano la merda. E anche quando viene evocato il rossore del tramonto o un paio d’occhi che vibrano come una polla, la bellezza così canonica assume un’altra definizione e forma: svuotata dal vorticoso narrare del mondo.

Presentato come un libro nichilista, appare in realtà come la completa disillusione e ridefinizione dei valori della società, stravolti nel costante tentativo di contropensiero: gli sconfitti non ambiscono più alla vittoria, ma placidamente accettano la propria legnosa posizione nel mondo, la propria inferiorità quasi ascetica nella televisione, nel lavoro a cottimo e nelle periferie.
Accanto ai terrori più oscuri è presente anche l’amore nella marea carnale di Rosa, la moglie, un nome che è un nome e un’essenza di cui intuiamo subito la purezza, appena il Topo ne parla: l’adiposa, l’idiota, l’amata.

Nel piattume di libri inutili e tradizionali Il popolo di legno rinnega qualsiasi contenuto canonico di letteratura e cultura dominante. Si pone volontariamente al di fuori da qualsiasi Credo, tentando di stabilirne un altro, con altri temi ed altra lingua. Testimonia una sconfitta universale, dei servi e dei padroni, gli uni lontani dalla vittoria e gli altri dalla verità, dalla dignità umana. E anche se è solo uno scoglio, nella sua volontaria e scottante imperfezione, rappresenta la fuga dal ventre della balena.

Scavando più a fondo, si arriva a un livello in cui la vita umana si limita a ronzare come un frigorifero, rumore indistinto fra gli altri rumori della notte, e ispira solo indifferenza. Ma a un livello ancora più profondo, più vicino al nucleo, la vita umana fa ridere. Un riso cretino, come quando Stanlio e Ollio combinano un guaio.

A cura di Giovanni Peparello

Associazione Vox

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