Senza categoria

Boombox meets…Soviet Malpensa

A cura di Giovanni Pedersini

Il 23 Ottobre i Soviet Malpensa sono sbarcati al Linoleum insieme ai torinesi Twee e ai Nova Lumen. E così abbiamo avuto l’occasione di conoscerli.

Ciao Soviet Malpensa, non inizierò chiedendovi l’origine del vostro nome, ma mi incuriosisce il titolo del vostro ultimo lavoro Slowdonia. Cosa sta dietro Slowdonia?

“Slowdonia” è una parola che mi è venuta in mente per caso, mentre mi trovavo su un aereo. Inizialmente non sapevo nemmeno io cosa significasse ma poi ci siamo resi conto che si riferisce alle nostre tempistiche di composizione e produzione. Anche solo organizzare le prove, per noi è qualcosa di infinito. Riuscire a ritrovarci tutti e 4 nella stessa stanza è come radunare un esercito.
In alternativa avremmo potuto intitolare l’album “Tempi biblici”.

Siete insieme dal 2008 e avete all’attivo già tre album, dopo Musica elettrificata da ascoltare nei boschi (2008) e Requiem per i discografici italiani (2010). Sono tutti lavori autoprodotti. Sebbene l’autoproduzione sia diventata a torto sinonimo di bassa qualità i vostri lavori dimostrano il contrario per la cura del sound e la componente video, a cui è dedicata una cura piuttosto rara. Che considerazione avete dell’autoproduzione nell’attuale panorama musicale? È una semplice necessità o un bisogno di autonomia?

Per quanto riguarda l’attuale panorama musicale, penso che ad oggi l’autoproduzione sia il percorso più rapido ed economico per avere qualcosa di concreto tra le mani, soprattutto grazie alla possibilità di produrre e registrare discretamente con mezzi che sono oramai alla portata di tutti. Questo ovviamente comporta dei pro e dei contro, primo tra tutti l’appesantimento dell’offerta musicale.
Nel nostro caso composizione e produzione sono sempre stati due processi molto legati tra loro, sin da quando ho iniziato a suonare, infatti, registravo e smanettavo con un registratore 4 piste a cassetta, con il quale stravolgevo, rallentavo, capovolgevo le idee che fissavo su nastro. Quindi direi che si è trattato principalmente di una necessità di sperimentare, ricercando un suono e un’identità.
La nostra è comunque un’evoluzione continua, quindi, molto probabilmente, in futuro le cose cambieranno.

Dentro la dinamica delle vostre canzoni, in cui la musica ha un ruolo fondamentale e crea determinate atmosfere per ogni pezzo, quanto peso date al songwriting?

Il songwriting è un processo per noi molto lungo e complesso, a tratti faticoso. Per quanto riguarda la scrittura della parte musicale, solitamente partiamo da alcune idee, a volte abbozzate, altre già abbastanza definite. Successivamente dedichiamo parecchio tempo alla sala prove, dove improvvisiamo, riarrangiamo, affiniamo e proviamo soluzioni diverse per ogni pezzo, fino ad arrivare a una forma definitiva (che poi, in realtà, definitiva non lo è mai). La scrittura dei testi, invece, è la parte più complicata e alla quale personalmente dedico più tempo: è una ricerca di determinate parole, con un determinato suono e un determinato significato.
Inserite in un determinato punto della canzone.
A volte si risolve in 5 secondi, altre in 5 anni.

Negli ultimi anni molte band si sono dedicate alla sonorizzazione di film muti (vedi i Verbal con il documentario Karakorum del 1929). Voi lo avete fatto con Metropolis, il capolavoro espressionista di Fritz Lang (1927). È un fatto molto interessante, permette anche di dare una propria linea guida al film che in mancanza del sonoro si può reinterpretare e “manipolare”. Da dove nasce l’esigenza di ri-musicare una pellicola cinematografica? E come ci si appresta a un lavoro del genere che non è sicuramente immediato? È una cosa che riproporrete e che vorreste approfondire?

Mi sembra che in questi ultimi anni le sonorizzazioni abbiano preso piede più che negli anni passati, si tratta sicuramente di una possibilità in più per le band di proporre qualcosa di differente dal solito set di canzoni. Purtroppo non ho avuto modo di assistere alla sonorizzazione dei Verbal, ma li conosco e sono degli ottimi musicisti.
Per quanto ci riguarda, le sonorizzazioni sono un’esperienza che ci portiamo dietro da molto tempo, da prima ancora che il gruppo prendesse la forma e il nome attuali. È tutto nato per caso, da un momento di noia che ci portò a sonorizzare “Nosferatu” di Murnau e realizzare delle copie in dvd che regalammo ad alcuni amici.
Da lì ci venne l’idea di riprovarci con “Metropolis” di Lang. Più che un’esigenza è stata anche quella una fase di sperimentazione, utile ad aprirci nuove strade e dovuta sicuramente alla nostra passione per i film, oltre che alla voglia di associare alla musica anche una componente visiva.
L’approccio che abbiamo utilizzato per questa esperienza è stato qualcosa che si trova al confine tra scrittura e improvvisazione, non abbiamo fatto altro che fissare alcune idee guida sulle quali poi improvvisavamo, utilizzando un set minimale di strumenti, cercando di catturare l’atmosfera del momento.
Sicuramente in futuro riproporremo una cosa di simile, ci piacerebbe comporre una vera e propria colonna sonora. L’ideale sarebbe per un film di fantascienza.

Vi definite ghostrock e credo sia una definizione molto adeguata per il vostro genere, che nasconde “così tanto colore nell’oscurità”, tanto per citarvi. Un viaggio onirico a tratti inaspettatamente reale in cui si sentono svariate influenze, dai Cosmetic ai Sonic Youth (accenni di Tycho?). Mi sorge spontanea una domanda ascoltando in particolare il vostro ultimo lavoro: in che direzione vi spingerete ora? Cosa avete in cantiere?

Tra le nostre influenze hai colto sicuramente due band che amiamo alla follia (Tycho non ho idea di chi sia ma ora rimedio e faccio subito una ricerca).
Considero “Slowdonia” il nostro primo album vero e proprio, i lavori precedenti li definirei più dei demo, quindi partiremo da dove ci siamo fermati, cercando di evolvere in maniera naturale.
Stiamo lavorando ad alcune cose nuove che stanno prendendo forma, incredibilmente in modo più rapido rispetto ai nostri standard. È ancora presto per dire quale sarà la direzione dei nuovi pezzi ma considerando che ultimamente facciamo sempre più fatica ad ascoltare musica pubblicata dopo il 1989, posso dire che questo sarà sicuramente un elemento fondamentale per la nostra direzione futura. Insomma: il futuro è nel passato, vogliamo fare un disco a metà strada tra “My Life in the Bush of Ghosts”, “Ghost in the Machine” e “Metal Machine Music”.

Associazione Vox

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto