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#Backstage: intervista al regista Fabrizio Visconti

A cura di Federico Lucchesi

Ed eccoci alla rubrica Backstage: parola ai protagonisti, oltre lo spettacolo.

Dopo aver assistito a Senza Filtro–uno spettacolo per Alda Merini al Teatro Libero (imperdibile la recensione e una poltrona prenotata quando tornerà in cartellone) abbiamo incontrato il regista, Fabrizio Visconti, in un chiassoso baretto nei pressi dell’Auditorium di Milano. Direttore artistico di una compagnia teatrale varesina, gli Eccentrici Dadarò, Fabrizio ci racconta il loro modo di vivere la scena e ci aiuta a fare il punto sulla situazione teatrale attuale.

 F: “Partiamo dal concetto di in-stabilità alla base della tua Compagnia, che cosa significa?”

V: “In-stabilità è una vocazione alla chiave poetica della messa in scena, che tendiamo a costruire non soltanto secondo una logica narrativa ma anche in chiave evocativa ed emotiva, empatica rispetto al pubblico, in grado di coinvolgerlo. Questo è l’elemento di stabilità: una chiave di poetica ricorrente. L’instabilità è invece anzitutto l’esperienza di diversi codici teatrali che diventano provocatori l’uno rispetto all’altro. Il linguaggio del Teatro Ragazzi, per esempio, è solito creare polemica presso chi non se ne occupa perché è molto diretto, non è in quarta parete e utilizza l’ironia come logica di alleggerimento. Spesso chi fa teatro di prosa o ricerca si prende molto sul serio, noi cerchiamo di essere più leggeri ed empatici. Instabilità anche perché tendiamo a studiare in una logica di formazione continua. Per esempio io ho seguito le lezioni del maestro Jurij Alschitz, presso l’Accademia Drammatica di Mosca che erano già 8 anni che facevo teatro. Ci mettiamo continuamente in discussione per evitare di sfociare nel manierismo. Tantissimi registi o attori tendono a essere una continua replica di se stessi. Noi cerchiamo di continuare a metterci in discussione da più punti di vista”.

F: Hai parlato del vostro tentativo di coinvolgere molto il pubblico, cosa che fate anche nel post-spettacolo. Pensi che quest’ultima sia un’idea vincente per attrarre più persone a Teatro? Può essere ritenuta condivisibile anche da altri?

V: A livello di mercato non è necessariamente vincente. Il mercato è più pronto ad accettare un codice riconosciuto che uno che si sposta dalla linea tradizionale. Uscire dai canoni classici non ti semplifica la vita ma aiuta l’esperienza in sé. A noi non interesserebbe fare teatro intellettuale, ma questo non significa che fare teatro classico o un teatro di ricerca con canoni stabiliti non possa essere penetrante o potente. Noi cerchiamo ogni volta di adattare il codice utilizzato al progetto che stiamo portando avanti. Nel caso di Senza Filtro abbiamo voluto aprire al pubblico. Incontrare gli spettatori dopo lo spettacolo per noi è naturale. Non abbiamo scelto questo lavoro per fare gli artisti, l’abbiamo fatto per vivere il più pienamente possibile. Non è una scelta di stile ma un’esigenza umana.

F: Al giorno d’oggi ci sono molte collaborazioni tra le compagnie, voi ne avete tantissime. Qual è la situazione attuale dei network teatrali? Pensi che possano esserci miglioramenti?

V: Le collaborazioni sono fondamentali. È un momento in cui il Teatro è talmente marginale che se non ti colleghi con qualcuno con progetti comuni vieni sepolto. Il primo network nato per noi è Arterie, un insieme di associazioni che si concentra sulla pedagogia teatrale. L’idea è quella di condividere progetti ma anche esperienze. Per esempio, in occasione del 150° della nascita di Cechov (La compagnia di Fabrizio mette in scena anche “Nina”, tratto da “Il Gabbiano” di Cechov) ci siamo recati in un paesino sperduto nell’estrema Russia. La Nina di Cechov è l’incarnazione dell’attrice come missionaria, colei che tenta di unire materia e spirito attraverso il proprio lavoro; così abbiamo deciso di ripeterne il viaggio. Fu un’esperienza assurda, era Gennaio e c’erano -30°C, abbiamo preso un treno in terza classe, arrivando all’alba e incontrando molte persone che venivano da tutti gli angoli dell’Europa. Le reti servono anche a questo: condividere un progetto utopistico nel tentativo di spostare la logica, aprirsi a possibilità che altrimenti non potresti realizzare, a visioni diverse. Poi, certo, sono anche strumenti importanti a livello organizzativo.

Per migliorarle bisognerebbe far sì che non diventino soltanto uno strumento tecnico ma un vero momento di confronto di contenuti e cultura, senza fermarsi alla condivisione spaziale. Un’ottima iniziativa è quella di gruppi di studio che creiamo con varie compagnie per confrontare i metodi di lavoro e crescere insieme.

F: Senza collaborazioni si viene sepolti. Il Teatro è perennemente in gravi difficoltà economiche. Vivendo in una società ormai tristemente basata su economia e finanza, oltre a confermarsi come mezzo fondamentale per la diffusione culturale, che strada potrebbe intraprendere il Teatro per essere concepito anche come occasione di investimento economico sul quale costruire un ritorno?

V: Bella domanda (grazie, grazie). Per essere redditizi la tendenza attuale è quella di puntare su un teatro spettacolare come possono esserlo i musical o i cabaret, soggetti facilmente condivisibili dall’immaginario collettivo perché già visti in tv o al cinema. Per il resto bisogna incolpare noi stessi. Troppo spesso facciamo teatro autoreferenziale, senza incontrare lo spettatore, mettendo in scena citazioni intellettuali colte soltanto dagli addetti ai lavori. E c’è appagamento in questo, nel diventare esponenti di una raffinatezza stilistica che riguarda solo chi già lo fa. Bisognerebbe tornare a cercare l’empatia con lo spettatore, nel momento in cui il Teatro lo farà potremo sperare che la gente torni a teatro e che quindi possa diventare anche economicamente sensato. Io credo che una cosa bellissima l’avesse detta Sthreler quando andò in parlamento a parlare dello stato del teatro e del Fus (Fondo Unico dello Spettacolo):

“Oggi sono qui a parlarvi. Credete che vi parli dell’Arte ma vi parlerò dello Spirito dell’Uomo. L’arte non serve ad occuparsi di chi fa Arte. L’arte serve ad occuparsi di quella parte dell’uomo che è lo spirito. Se lo Stato italiano riconosce al valore dello spirito dell’uomo una percentuale così bassa del suo PIL – identificata nel FUS – vuol dire che ritiene che quella parte dell’uomo non valga niente”.

O la società e quindi la politica e quindi la gente si rendono conto che la parte spirituale dell’uomo è importante quanto quella materiale, oppure non ci sarà teatro da cabaret o show che possa dare alcuna speranza; e purtroppo viviamo in una società che non sembra andare proprio nella giusta direzione. Speriamo che succeda qualcosa.

F: Chiudiamo menzionando il prossimo spettacolo che dirigerai a Milano il 28 Novembre, “Lasciateci Perdere!”, puoi dirci qualche parola riguardo?

V: Lasciateci Perdere! è uno spettacolo che va bene per tutte le fasce d’età, è la seconda parte di un progetto realizzato sul rapporto tra generazioni, tra figli e genitori (Il primo era Per la strada). Lasciateci Perdere è la storia di tre genitori che tornano a casa la notte, non trovano i figli nel letto e vanno a cercarli su una bianchina cabrio, scegliendo di prendere una scorciatoia perdendosi nel bosco. Lì riscopriranno quella libertà che il loro ruolo di genitori gli aveva fatto dimenticare, capendo che ci sarebbe bisogno di perdersi più spesso.

È il tema di un contrasto interiore, quello tra la vita (come deve andare) e l’anima (come dovrebbe vivere); si scontrano dentro noi stessi e si scontrano tra generazioni. È un conflitto quotidiano raccontato con un codice comico, ma non cabarettista.

Ringraziando caldamente Fabrizio per la nostra interessantissima chiacchierata, l’appuntamento è dunque al Parco Trotter di Milano il 28 Novembre (ore 20.30) per assistere con noi a “Lasciateci Perdere!”. Non mancate

Associazione Vox

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