Senza categoria

TEMPI MODERNI: NUMERO ZERO

Il nuovo romanzo di Umberto Eco. Il «déjà lu» di una vecchia conoscenza

A cura di Nicolò Premi

Il 9 gennaio 2015 è uscito nelle librerie per l’editore Bompiani il nuovo romanzo di Umberto Eco col titolo Numero zero. Come noto, il romanzo è il settimo di una serie di opere inaugurata con il capolavoro riconosciuto dello scrittore Il nome della rosa (1980), seguito poi da Il pendolo di Foucault (1988), L’isola del giorno prima (1994), Baudolino (2000), La misteriosa fiamma della regina Loana (2004) e Il cimitero di Praga (2010).

La trama questa volta si svolge nella Milano del 1992 e racconta le vicende di una «redazione raccogliticcia» che ha il compito di preparare dodici «numeri zero» di un nuovo quotidiano, stampati in pochissime copie riservate, destinati «più che all’informazione, al ricatto, alla macchina del fango, a bassi servizi per il suo editore», tale commendator Vimercate, per consentire a quest’ultimo, grazie alla sua forza ricattatoria verso i poteri forti, di essere ammesso «nel salotto buono della finanza, delle banche e magari dei grandi giornali». Nella redazione del nuovo giornale si ritrova un gruppo di intellettuali falliti e déclassés tra cui emerge per forza di caratterizzazione il paranoico mitomane Braggadocio (i redattori hanno nomi ispirati ad alcuni font di stampa) che, a partire dall’ipotesi che il cadavere di Mussolini esposto a Piazzale Loreto fosse in realtà quello di un sosia, ricostruisce una sua personale versione complottarda degli ultimi cinquant’anni di storia italiana. La storia si sviluppa secondo le tonalità del grottesco tra intrighi (veri e supposti), un cadavere che entra in scena all’improvviso e la storia d’amore tra i due protagonisti, Colonna e Maia, perdenti per natura.

Come ha scritto argutamente Piergiorgo Bellocchio, in Eco ormai «tutto è déjà lu», tutto è già letto: Umberto Eco ormai è una nostra vecchia conoscenza, è come un vecchio amico di cui siamo in grado di prevedere tutte le mosse. Il circo mediatico-giudiziario, le tecniche della macchina del fango messe in atto dalla stampa (la smentita, l’abuso del virgolettato, il dossieraggio), l’uso strumentale dei media al servizio di interessi terzi, la manipolazione della differenza tra informazione e notizia nella pratica dell’agenda setting («Non sono le notizie che fanno il giornale, ma il giornale che fa le notizie», dice un personaggio) sono tutte tematiche di Numero zero dal chiaro risvolto semiotico che il semiologo Eco raduna con passione da collezionista per narrare l’operato di quella che, secondo l’estetica del grottesco, diventa il prototipo della peggior redazione di giornale al mondo. Sono questi gli ingredienti di un grande minestrone che ha l’ambizione quasi manualistica di presentare tutto il catalogo dei possibili vizi dell’informazione giornalistica: è l’ennesima variazione sul tema dell’incubo semiotico che sta al centro dell’interesse dell’Eco romanziere-filosofo.

Anche l’attenzione alle forme del complottismo è un «déjà lu» dell’Eco narratore: ne Il pendolo di Foucault, dove si legge di una redazione molto simile a quella di Numero zero, entrano in scena le teorie cospirazioniste del complottismo magico-esoterico; ne Il cimitero di Praga l’autore mette in campo una controstoria che assomiglia molto nei suoi stilemi alla ricostruzione che Braggadocio fa della recente storia italiana. È la nota bizzarra fascinazione di Eco per tutto ciò che è «falso», una questione che ossessiona l’Eco filosofo, tanto da portarlo (se l’aneddoto di vita può essere utile in sede critica) a collezionare nella sua monumentale biblioteca solo libri che dicono il falso (per cui, ad esempio, possiede Tolomeo, ma non Galileo).

Potremmo tranquillamente proseguire sulla linea del «déjà lu» e notare l’onnipresente dimensione ludica del citazionismo post-moderno (nelle ultimissime righe del romanzo, quasi a tardiva giustificazione della bulimia citazionista che invade ogni pagina del testo, si legge: «altra citazione, lo so, ma ho rinunciato a parlare in prima persona e lascio parlare solo gli altri»); c’è poi la crisi della figura dell’intellettuale che si manifesta nella poetica dell’autore già a partire dal personaggio di Guglielmo ne Il nome della rosa e si approfondisce qui grazie a uno scenario contemporaneo in cui si muovono intellettuali da sottobosco della produzione culturale di massa, sottoposti ai processi di proletarizzazione (l’intellettuale è inserito in un meccanismo che lo determina), di dequalificazione e disoccupazione crescente; lo stile è quello a cui Eco ci ha abituati: una scrittura di registro piano, se non piatto, senza eleganze o virtuosismi e il cosiddetto “stile da traduzione”; la scelta dell’estetica del grottesco, infine, è divenuta ormai tratto canonico distintivo dell’Eco narratore (Il cimitero di Praga in questo è esemplare).

Che dire dunque di Numero zero se dovessimo tentare una valutazione a lettura ancora calda? Sicuramente il testo solleva tematiche interessanti, stimola il lettore a seguire piste di ragionamento, problematizza la realtà con la leva critica sul mondo di una poetica grottesca che muove il riso pur senza rallegrare. Viene in mente un bel libro di Giorgio Bocca del 1989, Il padrone in redazione, su come cambia nel corso della seconda metà del Novecento il rapporto tra intellettuale e potere nell’epoca dei mass-media. Viene in mente anche un libro di Michel Foucault, La vita degli uomini infami – che il filosofo non riuscì mai a terminare, scrivendone solo l’introduzione –, che indaga le origini storiche del meccanismo rancoroso dello sputtanamento mediatico. Tutti spunti interessantissimi, non c’è dubbio. Ma perché questo romanzo, questa storia non ci fa venire in mente altri romanzi, altre storie? La risposta è semplice: perché Numero zero, in fondo, non è un romanzo. È lo stesso concetto che ha espresso Guido Vitiello dopo averlo letto: «com’è che non ho l’impressione di aver letto un romanzo? Intendo: quella cosa con i personaggi, gli ambienti, lo stile, una trama di qualche interesse?». Vitiello ha colto il punto: Numero zero non ha le carte in regola per essere definito un romanzo. E non è neppure un saggio, ovviamente. È un romanzo ancipite, opera di uno scrittore cui piace tantissimo rivestire il ruolo dell’intellettuale che stupisce il borghese e un po’ meno quello di romanziere, un professore che si rivolge al grande pubblico degli alfabetizzati di massa, del lettore-massa. Ci sia consentito dunque, in chiusura, di essere un po’ cinici definendo Numero zero come un minestrone per dottorandi ammannito dal papa pop del mid-cult italiano: il nostro caro vecchio nobelabile Umberto Ego [sic], uno scrittore in cui, come ha scritto Alfonso Berardinelli, il bambino e il professore convivono con allegria: ciò che manca è l’uomo.

Associazione Vox

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto