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MONDI VISIONARI E IL RUOLO DELLA SCRITTURA: “L’ATLANTE IMMAGINARIO” DI GIUSEPPE LUPO

A cura di Francesca Parodi

Giuseppe Lupo ha saputo fare della propria passione un lavoro, anzi, due lavori: è docente di letteratura contemporanea all’Università Cattolica di Milano e Brescia e contemporaneamente scrittore. Ha pubblicato diversi romanzi (L’americano di Celenne, Ballo ad Agropinto, La carovana Zanardelli, L’ultima sposa di Palmira, Viaggiatori di nuvole), che gli hanno fatto guadagnare premi letterari, e numerose opere saggistiche.

Il suo ultimo libro è Atlante immaginario. Nomi e luoghi di una geografia fantasma (Marsilio 2014), una raccolta di articoli e riflessioni, in cui l’autore ripercorre la geografia dei grandi autori (Omero, Ariosto, Cervantes, Kafka, Faulkner, García Márquez). Mitico, onirico e fantastico si confondono. Vengono illustrati mondi utopici che vanno a costruire un nuovo atlante geografico del tutto speciale, e che consentono di aprire gli orizzonti ad una nuova visione e percezione della realtà.

Abbiamo intervistato l’autore per approfondire il tema del luogo-utopia, centrale nella letteratura, ed il ruolo della scrittura nel XXI secolo.

Nel suo libro, lei traccia un collegamento diretto tra un luogo fisico in cui si è immersi e la capacità creativa di un autore. Oggi è sempre più facile visitare nuovi luoghi senza muoversi realmente, semplicemente digitando su Google. Secondo lei, nell’Era digitale, è possibile costruirsi mondi utopici a partire da esperienze e luoghi non vissuti e visti in prima persona?

Io credo che nel nostro tempo sia davvero difficile sognare. Un tempo le alternative erano due: o si visitava realmente un luogo fisico, oppure non ci si muoveva e lo si poteva sognare, usando solamente la fantasia. Tutti questi nuovi strumenti tecnologici impediscono la facoltà dell’immaginazione. I tablet, i computer, la Rete mettono a disposizione realtà mediamente simili a quelle reali, ma si tratta solo di surrogati, e così facendo le privano di quella poesia che ci sarebbe nel semplice immaginarle. Senza dubbio la tecnologia è uno strumento utile, ma d’altra parte impedisce la capacità di sognare. Oggi è diventato più facile spostarsi virtualmente, più difficile con l’immaginazione.

Inventare storie creando un mondo immaginario o plasmando e modificando quello reale non è un modo per sfuggire da una realtà che non ci soddisfa del tutto?

È un rischio che si corre con tutte le utopie. In realtà però la relazione utopia-fuga è un’idea deformata. L’utopia non equivale al fuggire: è invece un progettare, uno scavare nella realtà. I capitoli del mio libro, lo dico nelle mie pagine, non nascono da sogni, ma dalla realtà, da eventi quotidiani e di cronaca. L’utopia consente di non fermarsi alla mera cronaca, che invece è solo un punto di partenza, ma di andare oltre la presente realtà, per capire che tutto ciò che ci sta intorno è solo una realtà fenomenica che necessita di un’interpretazione.

Creare nella propria fantasia un mondo utopico richiede silenzio e raccoglimento o l’immersione totale e partecipativa in una realtà caotica in divenire?

Entrambe le cose: innanzitutto è necessario contaminarsi del mondo in cui si è immersi, e poi bisogna ritirarsi per pensare. La realtà è stata spesso definita “liquida”. Ecco, io dico che questa definizione è pericolosissima, perché corre il rischio di ribaltarsi in inconsistenza. Lo stesso inno alla leggerezza di Calvino corre questo rischio. Se noi svuotiamo eccessivamente di consistenza gli eventi e le esperienze che ci circondano, ci ritroviamo con un nulla in mano. Prendiamo per esempio gli aerei: per volare (e quindi essere simbolo di leggerezza) devono essere pesanti, cioè possedere consistenza. Così, è importante per noi essere toccati dalla quotidianità caotica, ma dobbiamo fermarci a riflettere, senza lasciarci totalmente avvolgere da essa, pena il rischio di svuotarla di significato.

La scrittura ha un valore in più rispetto ad altre forme artistiche, come la pittura e il cinema, per descrivere universi fantastici?

Non ho mai affermato il primato della scrittura. Sono semplicemente convinto che bisogna dare il proprio meglio nel campo per il quale si è più portati. Io non sono un esperto di cinema o di musica e non so disegnare, mi viene naturale invece tradurre i miei pensieri in scrittura. È per questo che ho scelto i libri come veicolo per le mie idee. È solo una questione di ambiti e capacità.

Lei come si schiera nel dibattuto sulla carta stampata e l’ebook? Pensa che questo nuovo strumento modifichi l’approccio alla scrittura e alla lettura?

Io personalmente uso sia l’uno che l’altro, ma sono senz’altro convinto che la carta continuerà a rimanere. Credo che in realtà ciò che cambia da uno all’altro sia solo l’ambito di utilizzo: quando di sera ci si vuole rilassare leggendo a letto, si preferisce il libro di carta, che ha una consistenza al tatto, all’odore e trasmette un senso di calma e tranquillità. Per le letture invece di servizio o di pratica utilità, l’ebook è senz’altro più comodo. Per esempio, se devo partire sarò senz’altro più comodo a portarmi uno schermo di plastica rispetto ad una pila di libri. Sono due applicazioni diverse, tutt’altro che incompatibili, al contrario sono convinto che si integrino perfettamente a vicenda.

Associazione Vox

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