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GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE: LE DONNE CHE REAGISCONO

A cura di Giulia Corti

Le file ordinate di sedie rosa riempiono la sala, ai muri bianchi appena ridipinti sono appesi i quadri dei convegni, i simboli della lotta e nomi di attrici famose. Entrano tante donne e anche qualche uomo, tutti prendono posto. La sedia di fianco alla mia è vuota. Forse se il marito non le avesse impedito di venire chiudendola in bagno adesso sarebbe qui, forse se il padre non le avesse vietato di uscire la sera avrei al fianco una ragazza, forse se il nuovo fidanzato bello e affascinante non l’avesse ricattata avrebbe il coraggio di farsi vedere in giro. Il posto di fianco al mio è vuoto perché è occupato da una donna maltrattata.

Il 25 Novembre è la Giornata Internazionale contro la violenza sulle Donne, una ricorrenza molto importante, per un fenomeno sommerso dai pregiudizi e dagli stereotipi e che invece si porta dietro numeri molto chiari: in Italia il 14% delle donne hanno subito violenza fisica o sessuale da parte di partner o ex partner, nel 93% dei casi non hanno sporto denuncia. Il tipo di violenza più praticata è quella psicologica, seguita da quella fisica. Nel 2012 sono state uccise 121 donne, nel 2013 sono salite a 179. Ci sono però molte altre donne e uomini che lavorano per evitare che la moglie, madre e figlia di turno diventi vittima. Come le volontarie della Casa delle Donne Maltrattate (CADMI) di Milano, dove mi trovo la sera del 24 Novembre all’inaugurazione di una nuova casa di ospitalità a indirizzo segreto ristrutturata grazie al contributo della chiesa Valdese. CADMI è il primo centro anti violenza d’Italia, nato nel 1986 dall’interno dell’Unione Donne Italiane. Inizia come gruppo politico femminista legato al pensiero della differenza e elabora una metodologia specifica che caratterizzerà tutti i centri anti violenza aperti in seguito. Le fondatrici, fra cui la Presidente onoraria Marisa Guarnieri, avviano il primo centralino telefonico antiviolenza del paese e un servizio di ascolto e accoglienza autogestito da donne che fornisce anche consulenza legale.

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Maria Grazia Gualtieri è la responsabile della formazione e scuola e mi racconta: “La CADMI fa parte di una rete nazionale denominata Di.Re, Donne in rete contro la violenza, che raccoglie  associazioni che affrontano il tema della violenza ponendo al centro la donna e il suo progetto. Partendo dall’esperienza ci siamo specializzate sulla valutazione del rischio: il colloquio è il fulcro dell’intervento in cui cerchiamo di capire la situazione. Con la donna costruiamo un progetto che può prevedere una ospitalità in una casa protetta immediata o decidere di avviare una consulenza legale e psicologica. Uno dei motivi per cui la donna non denuncia è perché si sente sola”. Alla base del metodo ci sono premesse politiche: “ facciamo riferimento ai movimenti femminili, caratteristica per la quale ci distinguiamo da tutti gli altri servizi che si occupano del fenomeno della violenza. Essere centro anti violenza è una specificità dei centri della rete D.i.Re”- spiega Maria Grazia.

La metodologia ha due capisaldi: “Innanzitutto la relazione fra donne. Tutte le volontarie che lavorano con noi sono donne. È una relazione che attraverso un riconoscimento di valore aiuta la donna, le trasmette forza, e un modello di autorevolezza al femminile. Inoltre la centralità della donna con i suoi desideri e il diritto alla sua autodeterminazione. La donna affiancata da un’altra donna ha la possibilità di  ritrovare la propria autonomia, rivedere la propria storia, riconoscere i maltrattamenti subiti, recuperare le risorse e le abilità che le appartengono e che la violenza ha momentaneamente congelato”.

Gli stereotipi che accompagnano questo problema sono molti, troppi che tentano di giustificarlo: “Non è vero che riguarda solo classi povere o emarginate ma è un fenomeno sommerso e trasversale. Le donne provengono da tutte le estrazioni sociali”-continua Maria Grazia-“ Gli uomini che agiscono violenza non sono malati psichiatrici, se non in bassissime percentuali, e il loro comportamento non può essere giustificato né da motivi sociali né da esperienze di violenza che hanno subito a loro volta”. Alla radice della violenza domestica c’è un problema essenzialmente culturale: “Bisogna cambiare il tipo di cultura patriarcale dove l’uomo può tutto”. Per questo CADMI lavora molto nelle scuole, a contatto con i ragazzi: “Il punto di partenza è non giustificare mai l’azione in se. Il rischio  è alimentare una cultura violenta. La violenza è un agito voluto e il maltrattamento è violenza perpetrata nel tempo. È sopraffazione, agire volutamente per limitare l’altro. Crediamo che la violenza sia un problema di potere”.

La violenza domestica non è subito sangue, morte e atti eclatanti ma viene covata nel silenzio attraverso piccoli comportamenti e gesti che se non riconosciuti diventano pericolosi: “Già fra i ragazzi più giovani sono evidenti ad esempio le fasi dello stalking. Si tratta di rapporti affettivi in cui c’è un’errata concezione della gelosia e del possesso; di immagini distorte del ruolo della donna nella coppia, nella famiglia e nella società”.

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I successi del movimento femminista in questi anni sono stati grandi e si riflettono anche nella lotta al femminicidio, ma le radici del problema sono ancora stabili. “Abbiamo cambiato il mondo –dice la fondatrice Marisa Guarnieri– adesso siamo donne libere e forti dei nostri diritti. Ma non basta. Il nostro scopo non è quello di fare manutenzione alla donna-vittima e rimetterla in carreggiata. Abbiamo bisogno di una svolta radicale. Non solo stare lontane dalla violenza ma a questo punto acquisire autorevolezza”.La forza femminile si deve esprimere in autorevolezza della parola, in donne finalmente prese sul serio per quello che sono e non perché copie del potere maschile. La donna si deve esprime per quello che porta dentro nella differenza che le è propria, e questa espressione è azione. È, finalmente, reazione.

Associazione Vox

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