Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Associazione Vox | giovedì 23 marzo 2017

Scroll to top

Top

No Comments

IVANOV IN SCENA AL FRANCO PARENTI - Associazione Vox

IVANOV IN SCENA AL FRANCO PARENTI

| On 12, Ott 2015

A cura di Camilla Pelizzoli

Il problema dei grandi classici è che non accontentano mai nessuno. L’appassionato finirà sempre per pensare che qualcosa non ha funzionato – interpretazione troppo innovativa, troppo attaccata alla tradizione, troppo sciapa, troppo sopra le righe, troppo rispettosa o irrispettosa o entrambe, insomma, non va mai bene niente perché solo Shakespeare ha interpretato bene Shakespeare e dovremmo appendere tutti il cappello da attore al chiodo – e il neofita, nella maggior parte dei casi, credendosi costretto ad apprezzare perché “è un classico, qualcosa vorrà pur dire”, si troverà impacciato durante la visione, e se la produzione non sarà delle migliori potrebbe anche provare una sensazione respingente e abbandonare il teatro.

Come si fa, quindi, a risolvere questa condizione di partenza dicotomica – ovvero che i classici sono belli e importanti, e non piacciono a nessuno? La risposta è che li si mette in scena, e lo si fa così bene che l’appassionato applaude, e il neofita si appassiona.

Così è capitato con la produzione di Ivanov, in scena negli scorsi giorni al Teatro Franco Parenti, per la regia di Filippo Dini, che intepreta anche l’eponimo protagonista.

La storia è nota: Ivanov soffre di mal di vivere, ovvero di tutto e di nulla. Soffre perché non ama, perché non trova parole, soffre perché, nella sua essenza più vera, soffre. È un personaggio che non si apprezza e che non può essere apprezzato, perché dalla sua ha soltanto una disarmante onestà e, nonostante quello che lui stesso esprime nel dramma, una lucidità encomiabile nell’esprimere il suo tormento interiore; si apprezza in toto, invece, l’interpretazione di Dini, in scena sin dal momento in cui gli spettatori cominciano a entrare in sala, con le luci accese, e intenso nella sua “noia” tragica e russa fino al finale, dove con movimenti franti e calibrati nel loro eccesso rende l’impossibilità di Ivanov di tornare indietro, di tornare “intero”.

Tutti i personaggi beneficiano di un’interpretazione di grande qualità, di un cast di ottimi attori che, insieme, innalzano il livello l’uno dell’altro. Merita una menzione speciale Ivan Zerbinati, interprete del dottor Evgenij L’vov e di Gavrila, rispettivamente uno dei personaggi più (apparentemente) monolitici e uno dei più divertenti – anche se, in quest’ultimo caso,  lo scettro va a Gianluca Gobbi, che interpreta un Pavel Lebedev bonaccione, un po’ troppo affezionato alla vodka, intenso e vero nei suoi affetti.

Può sembrar strano che di una tragedia si sottolinei l’apporto comico, eppure è così: questa è una tragedia, eppure spesso fa ridere. E dopo la risata segue il silenzio profondo della comprensione e dell’empatia, perché quel che questo Ivanov sembra comunicare è che siamo tutti così, noi esseri umani: un’altalena tra riso e pianto, tra ombra e luce (e diamo merito alla scenografia per aver saputo creare una realtà in penombra,  spesso illuminata da lame di luce che davano ulteriore profondità alle espressioni degli interpreti – e che in generale si è dimostrata perfetta, funzionale e bella a vedersi senza per questo rubare la scena).

Dunque può essere che a volte i classici siano noiosi, sì, e può anche essere che spesso non resistano al passare del tempo; ma Cechov è destinato a rimanere contemporaneo per i secoli a venire e annoiarsi durante questo spettacolo, credetemi, rasenta l’impossibile.

 

Submit a Comment

bool(false)