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STAY CLASSY: LA NUOVA TRADUZIONE DE IL GIOVANE HOLDEN, UN'INUTILE STRAGE - Associazione Vox

STAY CLASSY: LA NUOVA TRADUZIONE DE IL GIOVANE HOLDEN, UN’INUTILE STRAGE

| On 15, Dic 2014

A cura di Nicolò Dino Premi

Nel brodo della generale rinnovata attenzione che registriamo in questo inizio di millennio per certi scrittori decisivi della letteratura americana del Novecento (Scott Fitzgerald, Kerouac, Hemingway, Salinger), si è aggiunto nel mercato librario italiano un ingrediente che ha messo in fibrillazione il pubblico dei lettori americanofili (spesso hipster o poser di incerta cultura): la nuova traduzione de Il giovane Holden curata da Matteo Colombo per Einaudi. La traduzione di Colombo sostituisce (secondo alcuni finalmente) quella del 1961 di Adriana Motti, praticamente l’unica grazie alla quale tutti i lettori italiani di Salinger dagli anni Sessanta a oggi hanno conosciuto Holden Caulfield.

La fortuna del romanzo in Italia è in gran parte dovuta proprio all’efficacissima e benemerita traduzione dell’intellettuale Adriana Motti. Ciascun lettore italiano infatti è naturalmente portato a identificare il romanzo di Salinger con le peculiari scelte linguistiche della traduttrice: Holden come tutti lo conosciamo non può prescindere dal memorabile «vattelapesca» e da tutti i tic linguistici che caratterizzano nella versione italiana la lingua del narratore interno, i vari «e via discorrendo», «e tutto quanto», «eccetera eccettera». Non si esagera dicendo che in Italia Il giovane Holden “è” quel «vattelapesca», una parola eletta dal genio creativo della colta Adriana Motti (a lungo compagna di Giacomo Debenedetti), che è la forma più marcata e connotante scelta dalla traduttrice per rendere il ripetitivo «and all» del testo originale. Scelta sicuramente discutibile, anche perché, a dirla tutta, «vattelapesca» a rigore lessicologico non dovrebbe neppure essere usato in quel senso, ma stava appunto in questo la creatività della Motti: la sua, possiamo dirlo, è la traduzione di una traduttrice-scrittrice.

Matteo Colombo invece, in barba ai sentimenti depositatisi sulle pagine della vecchia edizione in più di cinquant’anni di letture, da bravo traduttore secchione e tecnocrate einaudiano, nella sua nuova traduzione ha pensato (male) di eliminare brutalmente tutti i «vattelapesca». O tempora! O mores! Urliamo al sacrilegio perché in questo modo, con questa gelida operazione da tecnico della traduzione, le generazioni future dei lettori non conosceranno più l’Holden che abbiamo conosciuto noi. Non conosceranno più lo straniamento che abbiamo provato tutti di fronte a quello squisito «vattelapesca», che ci sentiamo di assumere tout court come emblema delle differenze tra la vecchia e la nuova traduzione.

Certo, Colombo si giustifica dicendo che la traduzione del 1961 era imperfetta perché troppo creativa e che la sua è decisamente più fedele al testo originale. Non ha tutti i torti in fondo, ma è il principio che è sbagliato. A tal proposito, sia detto a Matteo Colombo che ogni traduzione di un’opera letteraria è un’invenzione. Ogni traduzione, per essere tale, deve essere creativa. Adriana Motti d’altronde l’aveva capito benissimo, e cimentandosi con il capolavoro di uno scrittore, ne aveva assunto la letterarietà avendo cura più dell’arricchimento del polisistema letterario che avrebbe rappresentato la traduzione in italiano di un’opera della letteratura americana del 1951 che alla fedeltà alla lettera del testo di partenza (per il concetto di polisistema letterario si faccia riferimento alla definizione datane da Itamar Even-Zohar nel fondamentale saggio The Position of Translated Literature within the Literary Polysystem, 1978). Chi vuole la lettera e la fedeltà al testo vada a leggersi l’originale con il vocabolario a portata di mano. Perché la traduzione – sia urlato in faccia a Matteo Colombo – come scriveva Octavio Paz, teorico della traduzione, nel bellissimo Traducciòn: literatura y literalidad (1970), «è sempre una operazione letteraria».

Una più profonda riflessione sui teorici della traduzione è forse quello di cui avrebbe avuto reale bisogno il nostro Matteo Colombo. In un’intervista il traduttore ha confessato che la prima volta che lesse la traduzione della Motti ne ricavò un’impressione di “irritazione linguistica”: «Era come se ci fosse un libro, lì sotto, qualcosa che si muoveva, qualcosa di interessante, ma era come se la lingua mi impedisse di accedervi. Non mi parlava, non mi ci riconoscevo… mi sembrava bizzarra, ma senza un vero motivo». E da qui, a detta sua, l’esigenza di una nuova traduzione… Signori, siamo all’impressionismo. Ma accostiamo questa riflessione del traduttore a un brano del sopracitato Octavio Paz: «La traduzione implica una trasformazione dell’originale. […] Il testo originale non riappare mai (sarebbe impossibile) nell’altra lingua; tuttavia è sempre presente, perché la traduzione, senza dirlo, lo menziona costantemente o lo converte in un oggetto verbale che, benché diverso, lo riproduce» secondo i procedimenti stilistici della metonimia e della metafora. Paz aggiunge che la traduzione così intesa è traduzione rigorosa e «non in conflitto con l’esattezza». Per questo l’idea che la traduzione di Colombo sia più esatta di quella della Motti è decisamente irricevibile.

Nessuno nega che la Motti si sia presa le sue libertà, ma quelle libertà si muovono semplicemente nel sacrosanto spazio inventivo che qualifica la traduzione letteraria come tale, e non violentano il testo di partenza. Certo, lo tradiscono in modo manifesto, ma si sa che tradurre è sempre tradire, e fino a prova contraria è meglio tradire alla luce del sole che farlo nell’ombra fingendo di mantenersi fedeli: è così tra gli amanti ed è lo stesso per la letteratura. Salinger si inventò per Holden una “voce” caratteristica e personale? La Motti tentò di riprodurre il medesimo effetto in un’altra lingua e (non ci si stancherà mai di dirlo) in un’altra letteratura, con tutti i problemi semiotici e di diasistema che ne derivano.

Ma tiriamo le fila: la traduzione della Motti andava benissimo così com’era e in più aveva l’enorme pregio di garantire la continuità generazionale nella ricezione del testo (se qualcuno vuole sentire la voce di Salinger senza intermediari può leggersi benissimo l’originale, ma chi vuole semplicemente “leggere Holden” è bene che lo legga nella stessa versione letta da suo padre che magari era giovane negli anni Settanta e potrà dirgli cosa rappresentò Holden in Italia per quegli anni). Con la traduzione di Colombo invece, a fronte di qualche acquisto a livello di correttezza lessicologica e financo filologica, vanno persi i ben più importanti valori culturali del polisistema letterario di cui parlava Itamar Even-Zohar (colui che ha avuto il merito di studiare la letteratura tradotta «in quanto sistema letterario particolare»), ossia tutte le implicazioni della traduzione di Holden sul sistema letterario italiano dagli anni Sessanta a oggi. Una riflessione ulteriore sugli scritti di Itamar Even-Zohar (che qui ci è giustamente interdetta) ci porterebbe addirittura a qualificare la traduzione della Motti come frutto di una coscienza letteraria nazionale più spiccata e solida, mentre la traduzione di Colombo sarebbe il prodotto dell’esterofilia dei nostri tempi per cui si accoglie con servilismo tutto ciò che viene dalle Americhe, glorioso impero di cui l’Italia sarebbe infima provincia.

Aggiungiamo, per chiudere, che la traduzione di Colombo sarebbe perfetta per essere pubblicata in un’edizione con il testo inglese a fronte, ma pubblicata così, da sola, a oscurare Adriana Motti, non solo è inutile, è persino, come visto, dannosa. È un’«inutile strage», direbbe un grande papa: una strage di «vattelapesca».

 

 

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